lunedì 16 luglio 2007

Commemorando John Coltrane


Cosa si può dire di ancora non detto a proposito di John Coltrane?
Non a torto può essere tranquillamente considerato un faro non solo della musica jazz ma di tutta la musica che ha percorso il secolo appena trascorso. La sua stella più fulgida ha brillato per appena 7 anni, almeno convenzionalmente, dal 1960 al 1967, anno della sua morte, e in questo breve periodo ha sfornato capolavori immortali, primo fra tutti il celebratissimo A love supreme del quale, recentemente, è stata pubblicata un’edizione deluxe contenente incisioni inedite della medesima sessione. Un acquisto imperdibile per ogni appassionato.
Vorrei dare a questo post un taglio inusuale e parlare di un Coltrane meno conosciuto, quello precedente all’esplosione, per intenderci, il sideman di anonimi leader di rhythm ‘n blues bands più o meno anonime sfiorato appena dall’esplosione del bebop, destinato a una tranquilla carriera di insegnamento in una qualche scuola di musica di Philadelphia e colpito in pieno da un fulmine scagliato da Miles Davis.
John Coltrane nacque ad Hamlet, North Carolina, nel 1926, nipote di predicatori metodisti, frequentatore della chiesa locale dove, come la stragrande maggioranza dei colleghi, ha imparato a suonare durante le funzioni eccetera eccetera. Nulla di nuovo sotto il sole. Da segnalare, forse, una tenera confidenza con una cugina, Mary Lyerly (da sposata, Alexander) che rimase per tutta la vita un punto di riferimento importante.
E’ interessante notare, come del resto fa la rivista Jazz It di novembre, che se fosse ancora vivo, Coltrane avrebbe appena compiuto 80 anni e chissà quanta altra vita musicale! Forse avrebbe realizzato il desiderio di incontrarsi col citarista indiano Ravi Shankar, di cui era un fervente ammiratore. Ma siamo nel campo dei “se”.
Biografi come Ashley Kahn e Lewis Porter, entrambi autori di importanti libri che lo riguardano, suppongono che un ruolo fondamentale nella costruzione della personalità di Coltrane lo ebbe il nonno paterno, forte personalità che gli inculcò un grande senso del dovere, curiosità, mania di perfezionismo, forza di volontà e gusto per la lettura, tutte caratteristiche peculiari di quello che sarà l’approccio alla vita di Coltrane uomo o musicista.
Si sa anche che, al di là della precoce ammirazione per Charlie Parker che lo portò ad imparare il sassofono contralto in suo onore, il primo vero idolo di Coltrane fu Johnny Hodges, l’altosassofonista dell’orchestra di Duke Ellington. Ne studiava i gesti, cercando di imitarlo allo specchio, ammirandone la postura statuaria e perfetta.
Ebbe in seguito occasione di suonare con Hodges in un ruolo molto appagante, seppur da comprimario. Un’esperienza rovinata dalla sua tossicodipendenza, comunque.
La sua formazione artistica, ad ogni modo, si costruì negli anni vissuti a Philadelphia, città ove si trasferì in seguito alla morte del padre e che segnò positivamente il suo impatto col mondo metropolitano.Personalmente, credo che questa fase della sua vita fu essenziale nel plasmarlo in quello che sarà negli anni del suo azimut creativo.In questa città, intanto, andò ad ingrossare il nutrito gruppo di turnisti anonimi che gravitavano intorno alle tante orchestre o combos che agivano in quel luogo producendo di tutto, dal swing all’hard ma soprattutto tanto rhythm ‘n blues.

Coltrane, con molti sidemen, sassofonisti come Jimmy Heat, Bill Barron, Jimmy Oliver, Jimmy Steward, Benny Golson o trombettisti come Johnny Coley o Calvin Massey, pianisti come Red Garland o batteristi come “Philly” Joe Jones, strinse un sodalizio amicale che resistette, seppur con alterne fortune, per tutta la sua breve vita.
Suonò R&B nell’orchestra di Heat ed in quella di Eddie “Cleanhead” Vinson, essenzialmente per avere un reddito. E suonò quella musica che il giornalista bianco Joe Goldberg descrisse come semplice musica popolare nera, in funzione abbastanza riduttiva.
In realtà quest’esperienza forgerà il genio per due motivi.
Primo, quella musica era pregna di blues. Coltrane vi si immerge completamente e quello sarà il limo fertile entro il quale svilupperà le direzioni future della sua musica.
Se non si capisce il blues non si possono suonare quei pezzi. E non parlo di blues in dodici battute, mi riferisco alla rappresentazione di ciò che è il blues, tutto ciò che ha a che vedere con il fatto di crescere e di abitare in un quartiere di negri”.[1]
Secondo, l’esperienza R&B:
Molte delle cose che venivano percepite come innovative quando Coltrane le faceva in un nuovo contesto, soffiare con forza nello strumento per ottenere suoni distorti, mordere l’ancia per produrre squittii striduli, suonare assolo molto lunghi e sepre più infuocati, fino all’orlo dell’isteria, derivano direttamente dalla tradizione dei sassofonisti R&B”[2]
Fu nell’organico di Vinson che Coltrane abbandonò il contralto per passare al tenore, attratto dalle più ampie possibilità timbriche.
Fu un periodo fecondo di studio e attività che vide la sua tecnica e la sua consapevolezza crescere esponenzialmente. Ma fu anche il periodo del suo fidanzamento subdolo con la droga che cominciò ad utilizzare per reggere lo stress dei frequenti spostamenti, per lenire il mal di denti che lo affliggeva a causa della sua golosità e per aumentare la sua capacità di concentrazione.
In realtà la droga provocò una crisi profonda che lo allontanò dagli obiettivi creativi che si era posto.

NOTE
[1] cit. Brandon Marsalis, musicista
[2] cit. Robert Palmer, giornalista

Discografia:
John Coltrane, A Love Supreme, Impulse, 1964
John Coltrane, Ascension, Impulse, 1965
Thelonious Monk, With John Coltrane, R, 1957

Bibliografia:
Ashley Kahn, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore, 2006
Lewis Porter, Blue Trane: la vita e la musica di John Coltrane, Minimum Fax, 2006

Fotografie:Tratte dal libro di Ashley Kahn. Autore non specificato.
1-Coltrane con Frank Tenot, Parigi, 1961
2-Coltrane col primogenito, Long Island, 1964
3-Coltrane con Jimmi Garrison, 1964
Pubblicato qui il 30 novembre 2006

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