"Su una cosa concordano tutti gli amici d’infanzia e i compagni di scuola, persino i parenti di John Coltrane: non era una cima. Eufemismo classico per mascherare lo sbigottimento di vedere un mediocre trasformarsi in genio universale conclamato. D’accordo, nessuno è un grand’uomo per il suo cameriere (e per i suoi compagni di scuola, e per certi parenti); ma nel caso di JC siamo di fronte a un fenomeno esemplare di genio costruito con la forza della volontà. Altro che Mozart: a parte la morte prematura, con Mozart c’è poco talento naturale in comune. Anche i primi amici musicisti non lo ricordano come un gran che. JC viene fuori poco alla volta, come una specie di diesel, ascoltando gli altri e facendo osmosi. Esercitandosi in maniera ossessiva, cercando la propria strada, sbagliando in continuazione e correggendosi ogni volta. È la prova vivente della convinzione di Hemingway: il genio è al cinque per cento ispirazione e al novantacinque per cento traspirazione. Intesa come fatica, sudore della fronte. Niente infanzia prodigiosa, niente talento innato, per JC. Lui fa marchettoni nei locali, suona nelle bande militari, monta in piedi sul banco dei bar per fare spettacolo, soffre di complesso di inferiorità quando le prime volte Miles Davis lo chiama a suonare con lui, e per giunta gli fa delle gran cazziate . Anche a suonare il sax tenore ci arriva per caso, quando un collega dimentica lì il suo strumento e lui comincia a soffiarci dentro. Usa sempre un certo tipo di ancia rigida, ne prova un’altra, cambia idea e sale di un altro gradino sulla scala della genialità. Ecco, un gradino dopo l’altro JC sale la sua scala fino in cima. Supera i diversi piani dell’autodistruzione e ne esce incolume. Diventa persino vegetariano e mezzo mistico senza smarrire il furore che anima la sua musica, una contraddizione che fa impazzire Ravi Shankar. Poi, a quarantun’anni gli viene un cancro, bum, e muore nel giro di qualche settimana. Sale, sale, sale. Un gradino dopo l’altro, con enorme fatica. Dopodiché la scala finisce e sotto c’è un precipizio. Come la fatica di Sisifo: solo che oltre a essere Sisifo, JC è anche il macigno che precipita dall’altra parte". di R. Alajmo, febbraio 2007
E’ un testo dello scrittore siciliano Roberto Alajmo, pubblicato sul sito del festival “Musica sulle Bocche”, che si terrà in Sardegna, a Santa Teresa di Gallura, dal 2 al 6 agosto e che quest’anno sarà dedicato alla commemorazione del quarantesimo dalla morte di John Coltrane.
Il testo è carino ma voglio contestare una cosa: non mi va che si dica che Coltrane facesse marchettoni, e non perché sia un bacchettone ma per il semplice motivo che, usando questi termini, si faccia riferimento a due momenti ben precisi della parabola coltraniana, l’attività di silema nel gruppo rythm ‘n blues di Eddie “Cleanhead” Vinson e l’esecuzione della famigerata “My Favorite thing".
Ritengo, viceversa, che l’esperienza con Vinson sia stata fondamentale per la sua particolare tecnica strumentistica. L’aiuto del rythm 'n blues è stato cruciale nella costruzione di quegli “utensili” tecnici che gli avrebbero permesso, in seguito, di sviluppare la sua creatività.
Per quanto riguarda My Favorite Thing, riporto un brano dal libro di Vittorio Giacopini, "Al posto della libertà":
Il testo è carino ma voglio contestare una cosa: non mi va che si dica che Coltrane facesse marchettoni, e non perché sia un bacchettone ma per il semplice motivo che, usando questi termini, si faccia riferimento a due momenti ben precisi della parabola coltraniana, l’attività di silema nel gruppo rythm ‘n blues di Eddie “Cleanhead” Vinson e l’esecuzione della famigerata “My Favorite thing".
Ritengo, viceversa, che l’esperienza con Vinson sia stata fondamentale per la sua particolare tecnica strumentistica. L’aiuto del rythm 'n blues è stato cruciale nella costruzione di quegli “utensili” tecnici che gli avrebbero permesso, in seguito, di sviluppare la sua creatività.
Per quanto riguarda My Favorite Thing, riporto un brano dal libro di Vittorio Giacopini, "Al posto della libertà":
[…] è un disco inciso di corsa, un po’ facile ma molto intenso, My Favorite Thing è il primo e unico lavoro di Coltrane che sembra costruito a tavolino quasi soltanto per sfondare e centrare il bersaglio. Oltre alla nenia stucchevole di Rodgers e Hammerstein, Trane gioca sul sicuro: suona Cole Porter e i Gershwin, strizza l’occhio a pubblico e discografici, cammina sul velluto, non si espone troppo.
Era semplicemente l’ennesima svolta. Quella canzoncina che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica aveva sbilanciato parecchie situazioni in precario equilibrio, ma piaceva da matti. Trane però segna il passo, sembra a disagio. Il successo immediato lo distrae e lo disturba, non si sente felice.
Stava seguendo la corrente, rischiava di perdersi. Mentre Coleman e Mingus continuavano a spostare le frontiere della “forma del jazz del futuro” in perfetta, irriverente, libertà (The Shape of the Jazz to Come, di Coleman, è di qualche mese prima), Trane si prendeva una pausa remunerativa, non rischiava niente. Non se lo sarebbe mai perdonato. Nei mesi successivi tutto il suo lavoro sembrava dominato dalla tacita ossessione di smontare quell’immagine di sé troppo facile e quieta, troppo conciliante. Avrebbe potuto semplicemente voltare pagina e fare altre cose, liquidare questo mezzo infortunio con un’abiura secca, non parlarne più. Non era il tipo, non sapeva far finta di niente. L’accanimento con cui Coltrane continuerà a suonare My Favorite Thing per tutta la vita, storpiandola, massacrandola, trasformandola in un’autentica selva di grugniti, urla, strepitii dissonanti, lamenti strozzati, è una forma di espiazione radicale che non mi sembra avere alcun corrispettivo nella storia del jazz. Per quell’assolutista non c’erano scappatoie o alternative. Se aveva sbagliato, doveva pagare. E se era stato un po’ ruffiano o un po’ troppo alla mano doveva riuscire ad assolversi ripartendo esattamente da quel (trascurabile) momento di debolezza.
Era semplicemente l’ennesima svolta. Quella canzoncina che sarebbe diventata il suo marchio di fabbrica aveva sbilanciato parecchie situazioni in precario equilibrio, ma piaceva da matti. Trane però segna il passo, sembra a disagio. Il successo immediato lo distrae e lo disturba, non si sente felice.
Stava seguendo la corrente, rischiava di perdersi. Mentre Coleman e Mingus continuavano a spostare le frontiere della “forma del jazz del futuro” in perfetta, irriverente, libertà (The Shape of the Jazz to Come, di Coleman, è di qualche mese prima), Trane si prendeva una pausa remunerativa, non rischiava niente. Non se lo sarebbe mai perdonato. Nei mesi successivi tutto il suo lavoro sembrava dominato dalla tacita ossessione di smontare quell’immagine di sé troppo facile e quieta, troppo conciliante. Avrebbe potuto semplicemente voltare pagina e fare altre cose, liquidare questo mezzo infortunio con un’abiura secca, non parlarne più. Non era il tipo, non sapeva far finta di niente. L’accanimento con cui Coltrane continuerà a suonare My Favorite Thing per tutta la vita, storpiandola, massacrandola, trasformandola in un’autentica selva di grugniti, urla, strepitii dissonanti, lamenti strozzati, è una forma di espiazione radicale che non mi sembra avere alcun corrispettivo nella storia del jazz. Per quell’assolutista non c’erano scappatoie o alternative. Se aveva sbagliato, doveva pagare. E se era stato un po’ ruffiano o un po’ troppo alla mano doveva riuscire ad assolversi ripartendo esattamente da quel (trascurabile) momento di debolezza.
Bibliografia:
Vittorio Giacopini, Al posto della libertà, breve storia di John Coltrane, edizioni e/o, collana assolo 2005
Vittorio Giacopini, Al posto della libertà, breve storia di John Coltrane, edizioni e/o, collana assolo 2005
Discografia:
John Coltrane, My favorite thing, Atlantic 1959
John Coltrane, My favorite thing, Atlantic 1959
Fotografia:
copertina del libro di Giacopini
copertina del libro di Giacopini
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