A partire da un’intervista di Furio Di Castri, sul numero 40 di Jazz It si è scatenato un breve dibattito sul blog di Mondo Jazz.Furio Di Castri discuteva del problema dell’omologazione stilistica di cui sono vittime numerosi musicisti italiani. Accennava, nell’intervista, all’appiattimento della formazione musicale, che disconosce la peculiarità della musica afroamericana a vantaggio di una concezione eurocolta della quale i Conservatori non hanno saputo liberarsi.
Azzardo una concausa: oggi, l’organizzazione del jazz è, in gran parte, in mano al settore pubblico. In tal modo, i musicisti, formatisi in modo standardizzato, si trovano a suonare in circuiti “sicuri”, come se fossero degli impiegati statali, in assenza di competitività e senza il bisogno di sviluppare il proprio suono, quel marchio di fabbrica che ti pone con successo sul mercato, come succedeva negli USA all’inizio del secolo.
Queste sono considerazioni al margine. Ciò che di quel dibattito mi interessa riprendere in questa sede è invece l’ intervento di un lettore che sosteneva che in realtà quello che si fa oggigiorno non è jazz, che questo è prerogativa (genetica, sigh) dei negri ed è basato sul blues[1].
Azzardo una concausa: oggi, l’organizzazione del jazz è, in gran parte, in mano al settore pubblico. In tal modo, i musicisti, formatisi in modo standardizzato, si trovano a suonare in circuiti “sicuri”, come se fossero degli impiegati statali, in assenza di competitività e senza il bisogno di sviluppare il proprio suono, quel marchio di fabbrica che ti pone con successo sul mercato, come succedeva negli USA all’inizio del secolo.
Queste sono considerazioni al margine. Ciò che di quel dibattito mi interessa riprendere in questa sede è invece l’ intervento di un lettore che sosteneva che in realtà quello che si fa oggigiorno non è jazz, che questo è prerogativa (genetica, sigh) dei negri ed è basato sul blues[1].
Bene. Si potrebbe tentare una definizione di jazz: legame col blues, swing, origine afroamericana, sound, interplay, improvvisazione ecc. Possiamo mettere tutti gli elementi conosciuti della sintassi senza riuscire a venire a capo del problema,perché non tutte le epoche e le situazioni sono state pienamente coerenti con questo sistema sintattico. Se poi proviamo a pensare alla New Thing, al Free Jazz di Ornette Coleman ( che per formazione personale attinse pienamente a quel sistema di cui sopra) vediamo tutte le certezze buttate all’aria. Allora, come incide la rivoluzione degli anni Sessanta? Indubbiamente si lascia scorrere a fianco una robusta dose di mainstream ma pone un punto fermo decisivo, ineludibile. Sconvolge le certezze di quel sistema di segni accettato, si denuda e si offre. L’impatto è forte perché, nel momento in cui distrugge il sistema sintattico del jazz, pone le basi per il superamento dell’ambito afroamericano, del confronto e della contaminazione. Dall’altra parte dell’oceano c’è l’Europa, il matrimonio si può fare, Anthony Braxton sarà uno tra i più importanti padri officiatori, l’Association for the Advancement of the Creative Musicians un solido trampolino tra le due sponde. Gli anni Settanta hanno reso maturo il cambiamento iniziato nei Sessanta.
Gli anni Settanta non sono stati solo Anthony Braxton e l’AACM.
Gli anni Settanta non sono stati solo Anthony Braxton e l’AACM.
In quegli anni, Sam Rivers e la moglie Beatrice riunivano nel loro loft di Manhattan il fior fiore delle nuove istanze newyorkesi. Giovani musicisti come il trombonista George Lewis, il pianista Muhal Richard Abrams, il contrabbassista Fred Hopkins, il batterista Barry Altschull ed altri, si riunivano per suonare in maniera informale. Da quelle sessions nacquero cinque splendidi dischi denominati Wildflowers/The New York Loft Jazz Sessions, che descrivono mirabilmente il clima e le istanze creative che andavano prendendo forma in quegli anni magici.Sam Rivers fu un grande. Viene da lontano, dal bebop, si è abbeverato nel Free, liberandosi di tutti i lacci imposti da esigenze armoniche o ritmiche ed ha saputo regalare musica di grande qualità e creatività. Cito Marcello Piras: “ Qualche musicista lo ascolta in jam session e solleva dei dubbi sulla sua tecnica. Braxton, poi, lo conferma in un orecchio a un cronista: Rivers sugli accordi non se la cava molto. Ma c’è un motivo: per anni Rivers ha suonato sugli accordi (e ha inciso) senza emergere. A differenza dell’eclettico Braxton, così sicuro di sé, cambiare strada gli è costato uno sforzo. Per anni ha evitato di suonare sugli accordi e ora non ci riesce più”.[2]
Questo limite, per lui, non è mai stato un problema. Ha saputo sintetizzare in maniera perfetta istanze improvvisative e riferimenti all’oralità primordiale (di coltraniana memoria), inoltre ha dimostrato impeccabili doti organizzative.Steve Lacy, col suo soprano, è stato il cantore del “silenzio”. Amante dei solo, sulla scia branxtoniana, ha saputo godere del dialogo tra il suo strumento e il silenzio circostante. Passato anche lui nel fuoco del Free, non prima di aver frequentato con interesse la musica di Monk.
Come ho detto in precedenza, questo discorso sulla crucialità storica degli anni Settanta manca di un anello decisivo: l’AACM e il suo entourage. Se ne parlerà.
Questo limite, per lui, non è mai stato un problema. Ha saputo sintetizzare in maniera perfetta istanze improvvisative e riferimenti all’oralità primordiale (di coltraniana memoria), inoltre ha dimostrato impeccabili doti organizzative.Steve Lacy, col suo soprano, è stato il cantore del “silenzio”. Amante dei solo, sulla scia branxtoniana, ha saputo godere del dialogo tra il suo strumento e il silenzio circostante. Passato anche lui nel fuoco del Free, non prima di aver frequentato con interesse la musica di Monk.
Come ho detto in precedenza, questo discorso sulla crucialità storica degli anni Settanta manca di un anello decisivo: l’AACM e il suo entourage. Se ne parlerà.
NOTE
[1] Intervento del lettore wo_land: ritorno sull'argomento perché mi sta a cuore. Lo stile è tutto, in arte. Tutta la ricerca interiore che devi fare ha un costo enorme, perché non puoi avere stile fin quando non hai consapevolezza di te. E' la consapevolezza di sé che fa il tuo stile, unico, inimitabile, personale. Perché devi scendere al fondo di te stesso. Oltre ogni tecnica. Lo strumento allora lo dominerai totalmente, perché sai cosa vuoi farne. Ricordo di aver letto da qualche parte un affermazione di Coltrane: "...devo sforzarmi sempre di diventare un uomo migliore, perché solo se sarò un uomo migliore diventerò un artista migliore..."; più o meno così diceva, nel ricordo si sa qualcosa si perde. Il discorso sarebbe lunghissimo; poi c'è un'altra cosa che vorrei dire: qui in Italia, in Europa, fanno del jazz, dicono... Ma quello che dicono essere il loro jazz viene fuori dai conservatori, dalla troppo angosciante frequentazioni con la musica classica, con le melodie italiane... magari fanno pure buona musica, ma non è jazz. Secondo me. Il jazz, il vero jazz, non nasce dai conservatori, perché il jazz nasce dal blues, il jazz nasce dal blues che non è nemmeno una musica, è una condizione dell'anima, una necessità fisiologica di una perdizione genetica. Troppe cose ci sono da dire, ma non le si possono dire così, per esempio io dico così: metti sul piatto del giradischi (nel cd) Devil Woman di Charles Mingus...
[2] cfr Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1982, pag. 48
[1] Intervento del lettore wo_land: ritorno sull'argomento perché mi sta a cuore. Lo stile è tutto, in arte. Tutta la ricerca interiore che devi fare ha un costo enorme, perché non puoi avere stile fin quando non hai consapevolezza di te. E' la consapevolezza di sé che fa il tuo stile, unico, inimitabile, personale. Perché devi scendere al fondo di te stesso. Oltre ogni tecnica. Lo strumento allora lo dominerai totalmente, perché sai cosa vuoi farne. Ricordo di aver letto da qualche parte un affermazione di Coltrane: "...devo sforzarmi sempre di diventare un uomo migliore, perché solo se sarò un uomo migliore diventerò un artista migliore..."; più o meno così diceva, nel ricordo si sa qualcosa si perde. Il discorso sarebbe lunghissimo; poi c'è un'altra cosa che vorrei dire: qui in Italia, in Europa, fanno del jazz, dicono... Ma quello che dicono essere il loro jazz viene fuori dai conservatori, dalla troppo angosciante frequentazioni con la musica classica, con le melodie italiane... magari fanno pure buona musica, ma non è jazz. Secondo me. Il jazz, il vero jazz, non nasce dai conservatori, perché il jazz nasce dal blues, il jazz nasce dal blues che non è nemmeno una musica, è una condizione dell'anima, una necessità fisiologica di una perdizione genetica. Troppe cose ci sono da dire, ma non le si possono dire così, per esempio io dico così: metti sul piatto del giradischi (nel cd) Devil Woman di Charles Mingus...
[2] cfr Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1982, pag. 48
Bibliografia:
Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1982
Vari, Il Jazz degli anni ’70, GammaLibri, 1982
Fotogtafie (dalla Rete)
1-Barry Altschull
2-Sam Rivers
3-Steve Lacy
1-Barry Altschull
2-Sam Rivers
3-Steve Lacy
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