Tentare un approccio ontologico verso il jazz, limitatamente a considerazioni inerenti a concetti come forma o struttura, è impresa molto ardua. Sono concetti, questi, storicamente sottovalutati dalla critica, prigioniera di una visione della musica afroamericana basata sulla libertà totale e sull’improvvisazione.
Né gli stessi musicisti, tranne rare eccezioni, sembrano essere coscienti del problema.
In realtà, questi concetti andrebbero meglio precisati, dato il loro ruolo di motore di molteplici possibilità espressive all’interno della struttura di una esecuzione.
Né gli stessi musicisti, tranne rare eccezioni, sembrano essere coscienti del problema.
In realtà, questi concetti andrebbero meglio precisati, dato il loro ruolo di motore di molteplici possibilità espressive all’interno della struttura di una esecuzione.
Il jazz è caratterizzato da strutture musicali agili, flessibili e non troppo ampie, tali, insomma, da non limitare l’estro creativo di performance basate su concetti come improvvisazione, interplay, rimandi alla tradizione orale.
Infatti, parlando di forma, è necessario essere consapevoli di come questa si crea, dell’insieme delle relazioni che instaura tra le varie parti e di come influenza l’idea compositiva del musicista, sia esso un compositore che un improvvisatore.
Non bisogna dimenticare, infatti che:
Infatti, parlando di forma, è necessario essere consapevoli di come questa si crea, dell’insieme delle relazioni che instaura tra le varie parti e di come influenza l’idea compositiva del musicista, sia esso un compositore che un improvvisatore.
Non bisogna dimenticare, infatti che:
improvvisazione e interplay sono concetti basilari dell’estetica jazzistica, di retaggio più africano che europeo, è centrale, nel linguaggio jazzistico, e trasforma i musicisti in attori che parlano tra di loro cercando di trovare un funzionale equilibrio narrativo. [1]
Possiamo dire che, sostanzialmente, sono due i modi preponderanti nei quali si dipana la costruzione della forma jazzistica, quella poliritmica e il classico chorus, di derivazione blues o il song e la ballad, di struttura simile.
Si potrebbe rimandare, per analogia, al confronto, nella pittura, tra un polittico medioevale e un quadro del sei o settecento. Nel primo caso, i vari elementi formano un tutt’uno pur mantenendo, ognuno, un proprio senso unitario interno mentre, nel secondo, tutta la composizione converge verso il fulcro della sezione aurea.
Le strutture poliritmiche, spesso molto discordi tra loro, con salti timbrici e ritmici talvolta significativi, consentono un’assoluta intercambiabilità tra loro, coerentemente con la tradizione africana di provenienza dove la memoria storica fa da collante dell’unità complessiva. Spesso usata da musicisti come Mingus, ad esempio.
Il chorus è di chiara derivazione blues, organizzato in forma di canzone con frequenti ritornelli, offre la possibilità di interventi improvvisativi ripetuti o parziali e non è condizionante della libertà espressiva e semantica dei musicisti.
Si potrebbe rimandare, per analogia, al confronto, nella pittura, tra un polittico medioevale e un quadro del sei o settecento. Nel primo caso, i vari elementi formano un tutt’uno pur mantenendo, ognuno, un proprio senso unitario interno mentre, nel secondo, tutta la composizione converge verso il fulcro della sezione aurea.
Le strutture poliritmiche, spesso molto discordi tra loro, con salti timbrici e ritmici talvolta significativi, consentono un’assoluta intercambiabilità tra loro, coerentemente con la tradizione africana di provenienza dove la memoria storica fa da collante dell’unità complessiva. Spesso usata da musicisti come Mingus, ad esempio.
Il chorus è di chiara derivazione blues, organizzato in forma di canzone con frequenti ritornelli, offre la possibilità di interventi improvvisativi ripetuti o parziali e non è condizionante della libertà espressiva e semantica dei musicisti.
Le forme sono importanti anche nel jazz, in quanto rappresentano lo spazio della conversazione e della creazione, l’ambito all’interno del quale si muove la musica, cioè il meccanismo di controllo di un modo di esprimersi in cui gli elementi estemporanei si incanalano all’interno di un sentiero ben preciso, che regola l’espressione e determina il suo farsi [2]
In questo senso, il chorus è la forma più congeniale al modo di esprimersi dei musicisti jazz, in quanto capace di fornire uno spazio rigoroso e controllato, un sentiero sicuro all’interno del quale può svilupparsi l’impeto creativo, l’invenzione estemporanea del musicista.
NOTE
[1] Maurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Ed. Unicopli 2005, pag. 109
[2] Maurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Ed. Unicopli 2005, pag. 112
[1] Maurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Ed. Unicopli 2005, pag. 109
[2] Maurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Ed. Unicopli 2005, pag. 112
Bibliografia:Maurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Ed. Unicopli 2005
Fotografie di Roberto Cifarelli:
1, 2- Paolo Fresu
3- Paolo Fresu Quintet
1, 2- Paolo Fresu
3- Paolo Fresu Quintet
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