lunedì 23 luglio 2007

Birth and Rebirth


Esplorare in profondità le strutture sonore di un buon disco come Birth and Rebirth può rappresentare un’esperienza dell’anima e del corpo laddove della prima si fa carico l’ancia, ora siderale ora caliente, di Anthony Braxton, che si tratti di sassofono contralto, piuttosto che soprano o sopranino (e non manca il clarinetto), mentre del secondo si prende cura la complessità ritmica di Max Roach.
Che poi i ruoli, alla fine, vengono sovente interscambiati.

Mentre scrivo sto ascoltando Tropical forest, dove Braxton osa, col clarinetto, brevi lanci sonori, lavorando su una scala modale e contrapponendosi a un tessuto ritmico che incalza con agilità, privilegiando l’uso dei piatti, gestiti grazie all’uso sapiente della mano sinistra pronta a stopparne il suono. Brano minimalista, quindi, seguito da Spirit Possession, dove il contralto sostituisce il clarinetto e rende più corposo il sound e più articolata la fase improvvisativa.
Questo disco esprime una musica sicuramente complessa, direi “colta” ( e con
Braxton e Roach come potrebbe essere altrimenti?) ma in una forma primordiale espressa dal dialogo di due strumenti dialetticamente comunicanti.
Essi comunicano su due piani ben distinti: il primo, storico, l’altro, semantico.
Sul piano storico, sembra partire da due antipodi ( ora sto ascoltando Soft shoe. E’ tornato il clarinetto). Il substrato contemporaneo, potremmo dire stockahuseniano, di
Braxton, dapprima contrapposto al groviglio ritmico bebop di Roach ma che, poco a poco, trova, con questi, un punto di convergenza abbracciando, soprattutto col contralto e col soprano, la sempiterna idea coltraniana, nello stesso istante in cui la batteria si carica di agili fraseggi di assoluta precisione ritmica che, soprattutto nei dialoghi col contralto, evocano ricordi free.
L’aspetto semantico a cui accennavo in precedenza, (mentre ascolto Rebirth) riguarda, invece, la capacità tecnica eccelsa dei due musicisti, capaci in ogni istante di alternare l’egemonia del proprio strumento nei confronti dell’altro in una serie di continui inseguimenti e attese che caricano la musica di una tensione in costante livello di guardia. Un vero e proprio gioco erotico o, almeno, sottoposto allo stesso linguaggio che governa l’eros. E questo è uno spunto interessante!
Un ultimo accenno al libro che sto leggendo, mentre ascolto il disco:
Suoni inauditi, di Davide Sparti, Il Mulino 2005.
Allora, un filosofo che parla di improvvisazione è una vera novità assolutamente interessante. Riporto alcune righe della prefazione, giusto per un’idea.

Tre mi sembrano le idee dominanti ospitate in questo libro.
La prima è che l’improvvisazione non coincide con il regno della libertà, come sperano di farci credere coloro che vedono nel jazz una forma d’arte primitiva e intuitiva, difendendo l’idea secondo cui il jazzista crea spontaneamente grazie ad un’energia viscerale destinata ad eludere i processi cognitivi, una sorta di feconda ignoranza in cui la disciplina non ha alcun ruolo, ed in cui anzi gli eccessi, pure esistenziali, sono inevitabili. Al contrario, se i musicisti sono capaci di improvvisare, lo sanno fare perché conoscono le regole e i materiali della loro disciplina, li conoscono al punto di potersi permettere di cambiarli e trasgredirli in modo creativo. Per rendere conto dell’improvvisazione, bisogna dunque rinviare a una teoria della tradizione e a una teoria della conoscenza pratica, che chiariscano sia i vincoli a cui l’agire generativo è sottoposto, sia la particolare competenza necessaria per creare qualcosa di nuovo facendo musica insieme.
La seconda idea è che la dinamica dell’improvvisazione può essere analizzata e spiegata basandosi sull’ipotesi per cui ogni atto musicale emergente nel corso di una performance costituisce al tempo stesso una delimitazione e un’opportunità per lo sviluppo ulteriore della musica. A differenza di un ingegnere, che progetta guardando avanti, il jazzista non può sapere quali idee genererà nel corso dell’esecuzione. Può però rivolgersi indietro a quello che è già stato suonato ed estenderlo o elaborarlo, creando così delle forme retrospettivamente.
La terza idea chiave del libro è che l’improvvisazione rappresenta una pratica culturale prima ancora che musicale. Per questo, nonostante il jazz costituisca il sito privilegiato per indagare i modi dell’improvvisazione, il libro non si riduce ad esso. Il testo, infatti, le categorie utilizzate descrivendo l’improvvisazione musicale possano essere impiegate in altri campi delle scienze sociali per descrivere forme condivise dell’agire creativo.

Bene, è tutto e sto pensando che, anziché scrivere ascoltando, sarebbe stato meglio ascoltare e basta.

Bibliografia:
Suoni inauditi, l’improvvisazione nel jazz e nella vita quotidiana,
Davide Sparti, Il Mulino 2005
Discografia:
Anthony Braxton featuring Max Roach,
Birth and Rebirth, Black Saint 1978
Tavole di Nicola Bucci:
1, 2- Thelonious NMonk
3- Sonny Rollins

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