In un commento ad un post su Mondo Jazz, l’ottimo blog di pierrde, ho esternato un breve accenno di riflessione sulla legittimità di definizione di jazz, relativamente a certa musica che non sempre risponde ai consolidati parametri di definizione per come li conosciamo storicamente.
Le tendenze in merito, al giorno d’oggi, sono essenzialmente due. Da una parte si tende ad estendere la definizione di jazz oltre il suo contesto storico e geografico e dall’altra si tende a superare questa etichetta, preferendo parlare di musica creativa, improvvisata o altro.
Possiamo provare ad affrontare il problema a partire da alcune definizioni di base dei più importanti parametri linguistici che caratterizzano la musica jazz, armonia, improvvisazione, interplay, melodia, ritmo, suono.
Le tendenze in merito, al giorno d’oggi, sono essenzialmente due. Da una parte si tende ad estendere la definizione di jazz oltre il suo contesto storico e geografico e dall’altra si tende a superare questa etichetta, preferendo parlare di musica creativa, improvvisata o altro.
Possiamo provare ad affrontare il problema a partire da alcune definizioni di base dei più importanti parametri linguistici che caratterizzano la musica jazz, armonia, improvvisazione, interplay, melodia, ritmo, suono.
Armonia
Intendendo col termine armonia lo sviluppo verticale della musica attraverso l’uso degli accordi, si evince che questa, nel jazz, si basa sul classico sviluppo della scala blues ed è arduo pensare di poter prescindere da questo vincolo che ha una fortissima valenza storica e culturale. Essa si è andata sviluppando intorno agli anni ’40, con l’accentuarsi della predisposizione improvvisativa alla quale la struttura armonica, che nel jazz ha un ruolo abbastanza subalterno all’aspetto orizzontale, forniva un sostegno strutturale fedele alla scala blues di riferimento. Bisogna ricordare che nel corso degli anni, con l’avvento del sistema modale, l’importanza dell’aspetto armonico cominciò a venir meno.
Intendendo col termine armonia lo sviluppo verticale della musica attraverso l’uso degli accordi, si evince che questa, nel jazz, si basa sul classico sviluppo della scala blues ed è arduo pensare di poter prescindere da questo vincolo che ha una fortissima valenza storica e culturale. Essa si è andata sviluppando intorno agli anni ’40, con l’accentuarsi della predisposizione improvvisativa alla quale la struttura armonica, che nel jazz ha un ruolo abbastanza subalterno all’aspetto orizzontale, forniva un sostegno strutturale fedele alla scala blues di riferimento. Bisogna ricordare che nel corso degli anni, con l’avvento del sistema modale, l’importanza dell’aspetto armonico cominciò a venir meno.
Improvvisazione
Possiamo intendere per improvvisazione la creazione estemporanea di musica a partire da riferimenti culturali che agiscono sia a livello conscio che a livello inconscio e che dipendono da una serie di fattori tra i quali anche il particolare amalgama dei musicisti coinvolti nel processo improvvisativi. Questa caratteristica attiene alla componente occidentale della musica jazz in quanto peculiare dell’aspetto individualistico e narcisistico tipico della creatività artistica occidentale. Probabilmente è per questo motivo che il linguaggio improvvisativo della musica jazz, col passare del tempo e in special modo negli anni più recenti, abbia avuto il ruolo di traghettatore del jazz verso la cultura musicale europea contemporanea. Essa, insieme all’interplay, rappresenta la coltura comune tra le due tradizioni musicali.
Possiamo intendere per improvvisazione la creazione estemporanea di musica a partire da riferimenti culturali che agiscono sia a livello conscio che a livello inconscio e che dipendono da una serie di fattori tra i quali anche il particolare amalgama dei musicisti coinvolti nel processo improvvisativi. Questa caratteristica attiene alla componente occidentale della musica jazz in quanto peculiare dell’aspetto individualistico e narcisistico tipico della creatività artistica occidentale. Probabilmente è per questo motivo che il linguaggio improvvisativo della musica jazz, col passare del tempo e in special modo negli anni più recenti, abbia avuto il ruolo di traghettatore del jazz verso la cultura musicale europea contemporanea. Essa, insieme all’interplay, rappresenta la coltura comune tra le due tradizioni musicali.
Interplay
Il concetto di interplay è presente anche nella musica colta ma nel jazz ha trovato la sua massima esaltazione. Esso definisce la particolare relazione che si crea tra i musicisti esecutori, relazione che influisce sulle qualità ritmiche, timbriche e improvvisative della musica prodotta. Il jazz è musica che non può prescindere da questo aspetto che, nel corso degli anni, ha comunque subito numerose modifiche legate agli aspetti peculiari della musica prodotta. L’interplay è concetto fondamentale ai fini dell’improvvisazione e quindi estremamente importante nell’ambito della musica creativa. In esso entrano in gioco capacità tecnica, cultura, capacità emotiva, ragion per cui il jazz è musica che richiede un grande feeling tra i musicisti, un affiatamento collaudato nel tempo e rende alla musica jazz la sua caratteristica di musica profondamente legata all’estemporaneità.
Il concetto di interplay è presente anche nella musica colta ma nel jazz ha trovato la sua massima esaltazione. Esso definisce la particolare relazione che si crea tra i musicisti esecutori, relazione che influisce sulle qualità ritmiche, timbriche e improvvisative della musica prodotta. Il jazz è musica che non può prescindere da questo aspetto che, nel corso degli anni, ha comunque subito numerose modifiche legate agli aspetti peculiari della musica prodotta. L’interplay è concetto fondamentale ai fini dell’improvvisazione e quindi estremamente importante nell’ambito della musica creativa. In esso entrano in gioco capacità tecnica, cultura, capacità emotiva, ragion per cui il jazz è musica che richiede un grande feeling tra i musicisti, un affiatamento collaudato nel tempo e rende alla musica jazz la sua caratteristica di musica profondamente legata all’estemporaneità.
Melodia
L’aspetto melodico, nella musica jazz, è legato all’enfatizzazione delle cosiddette blue notes, la terza, soprattutto, quella che nella scala europea determina il modo maggiore o minore e che nella musica jazz subisce un’accentuazione particolarmente enfatizzata. Suonata col pianoforte diminuita di un semitono, con la voce o con strumenti che permettono la suddivisione in intervalli minori di un ottavo viene intonata in maniera calante e ambigua. Il linguaggio melodico jazzistico è elemento esclusivo e peculiare di questa musica e la sua eventuale incoerenza mina la definizione stessa del materiale sonoro che si esegue.
L’aspetto melodico, nella musica jazz, è legato all’enfatizzazione delle cosiddette blue notes, la terza, soprattutto, quella che nella scala europea determina il modo maggiore o minore e che nella musica jazz subisce un’accentuazione particolarmente enfatizzata. Suonata col pianoforte diminuita di un semitono, con la voce o con strumenti che permettono la suddivisione in intervalli minori di un ottavo viene intonata in maniera calante e ambigua. Il linguaggio melodico jazzistico è elemento esclusivo e peculiare di questa musica e la sua eventuale incoerenza mina la definizione stessa del materiale sonoro che si esegue.
Ritmo
Quando si parla di ritmo, nella musica jazz, non si può fare a meno di parlare di swing. E della difficoltà di definirlo. Dapprima come particolare accentuazione dei cosiddetti tempi deboli della battuta, in seguito relazionandolo con una serie di parametri quali il suono o l’interplay, riconducendolo ad un aspetto più complessivo dell’estetica jazzistica.
Nel corso della storia del jazz, in concetto di swing ha subito alcune importanti modifiche a partire dal sound di New Orleans dove il ritmo di base era fisso ma contenete nel suo ambito delle rilevanti tensioni ritmiche nella dinamica prodotta dalla batteria e dal basso tuba. In seguito, soprattutto con un più creativo uso della batteria e la già accennata tendenza all’accentuazione dei tempi deboli si è andato producendo un interplay strumentale nel quale le componenti poliritmiche delegate a batteria, contrabbasso e pianoforte si sono arricchite nell’ambito della produzione ritmica del jazz.
Il swing continua ad essere il terreno privilegiato intorno al quale si misura il senso di appartenenza della musica prodotta nell’ambito creativo jazzistico e non.
Quando si parla di ritmo, nella musica jazz, non si può fare a meno di parlare di swing. E della difficoltà di definirlo. Dapprima come particolare accentuazione dei cosiddetti tempi deboli della battuta, in seguito relazionandolo con una serie di parametri quali il suono o l’interplay, riconducendolo ad un aspetto più complessivo dell’estetica jazzistica.
Nel corso della storia del jazz, in concetto di swing ha subito alcune importanti modifiche a partire dal sound di New Orleans dove il ritmo di base era fisso ma contenete nel suo ambito delle rilevanti tensioni ritmiche nella dinamica prodotta dalla batteria e dal basso tuba. In seguito, soprattutto con un più creativo uso della batteria e la già accennata tendenza all’accentuazione dei tempi deboli si è andato producendo un interplay strumentale nel quale le componenti poliritmiche delegate a batteria, contrabbasso e pianoforte si sono arricchite nell’ambito della produzione ritmica del jazz.
Il swing continua ad essere il terreno privilegiato intorno al quale si misura il senso di appartenenza della musica prodotta nell’ambito creativo jazzistico e non.
Suono
Suono vuol dire soprattutto stile e timbro. Questo concetto mediato da tradizioni culturali etniche, fa la differenza con la musica eurocolta, abituata a una concezione unitaria del suono.
Questa è un’irrisolta contraddizione, dato che l’organizzazione del materiale sonoro è tanto estranea all’individualismo creativo occidentale quanto estremamente vicina alla tradizione africana.
In realtà, nella cultura africana vi era l’uso di costruirsi da sé gli strumenti in modo che rispondessero a particolari peculiarità personali nell’ambito dell’organizzazione collettiva del suono.
A tale proposito non si può non pensare a Ornette Coleman e al suo sassofono di plastica a al significato culturale che esso racchiudeva.
Questi parametri semantici sono, dunque, quelli storici che hanno determinato il “sistema jazz” nel corso del secolo scorso. Discutere di quanto reggano nell’ambito delle più recenti contaminazioni musicali può avere sicuramente un senso.
Un ruolo centrale, nel dibattito in corso, è assunto dal ritmo e dal swing, concetti sui quali si misurano i musicisti europei, tentando di ridefinirlo in base alle loro peculiarità e nell’ambito del ruolo sempre più centrale che la musica creativa europea sta assumento anche rispetto al jazz.
Suono vuol dire soprattutto stile e timbro. Questo concetto mediato da tradizioni culturali etniche, fa la differenza con la musica eurocolta, abituata a una concezione unitaria del suono.
Questa è un’irrisolta contraddizione, dato che l’organizzazione del materiale sonoro è tanto estranea all’individualismo creativo occidentale quanto estremamente vicina alla tradizione africana.
In realtà, nella cultura africana vi era l’uso di costruirsi da sé gli strumenti in modo che rispondessero a particolari peculiarità personali nell’ambito dell’organizzazione collettiva del suono.
A tale proposito non si può non pensare a Ornette Coleman e al suo sassofono di plastica a al significato culturale che esso racchiudeva.
Questi parametri semantici sono, dunque, quelli storici che hanno determinato il “sistema jazz” nel corso del secolo scorso. Discutere di quanto reggano nell’ambito delle più recenti contaminazioni musicali può avere sicuramente un senso.
Un ruolo centrale, nel dibattito in corso, è assunto dal ritmo e dal swing, concetti sui quali si misurano i musicisti europei, tentando di ridefinirlo in base alle loro peculiarità e nell’ambito del ruolo sempre più centrale che la musica creativa europea sta assumento anche rispetto al jazz.

Fotografie:Sonny Rollins, St Juan Les Pins 2005 (dal sito All About Jazz)
BibliografiaMaurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Unicopli 2005Davide Sparti, Suoni inauditi, Il Mulino 2006
BibliografiaMaurizio Franco, Il jazz e il suo linguaggio, Unicopli 2005Davide Sparti, Suoni inauditi, Il Mulino 2006
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