domenica 3 agosto 2014

Uno sguardo al passato con gli occhi del presente.

Due recenti lavori sono interessanti in quanto, seppur molto differenti tra loro, hanno tuttavia un approccio comune al materiale sonoro.
Entrambi presentano un mix di cover e composizioni originali. Sto parlando di Rock 4.0, di Luca Aquino e Feksìn, di Admir Shkurtaj. Li accomuna l’idea di guardare al passato con l’occhio del presente;  non è una novità questa, nel mondo musicale italiano ma un’abitudine potenzialmente pericolosa perchè può facilmente indurre in fastidiosi clichè o ancor peggio può essere usato per nascondere carenze creative. Non mi sembra, ovviamente, il caso dei nostri due.

Luca Aquino è un musicista autodidatta che ha saputo raggiungere  livelli importanti. Attraverso la sua tromba passa tutto ciò che nel tempo ha costruito la sua formazione musicale, dal free al rock (da cui il titolo). Le tracce alternano rifacimenti gloriosi, dai Doors ai Radiohead passando per Bob Dylan e Neil Young, a composizioni originali sia dell’autore che dei compagni d’avventura salentini Marco Bardoscia e Raffaele Casarano. Il lavoro di sviluppa in un contesto che dà l’idea di una giocosa estemporaneità, un piacevole incontro di amici  molto in gamba: il bravissimo Javier Girotto, il sorprendente (per me) Bardoscia nelle vesti di autore nell’attraente Sfrikix che rimanda ai tempi bollenti del free. Aquino suona con ecletismo passando dal Don Cherry di Sfrikix al Miles Davis elettrico di Knocking on thr heaven’s door anche se personalmente tendo a preferirlo e trovarlo notevole in quei momenti in cui  riesce a liberarsi dai compagni d’avventura per ritornare l’Icaro Solo che resta a mio avviso il punto, se non più alto, certamente il più interessante della sua promettente carriera.
Per capire il profondo substrato rockettaro di Luca Aquino e come lo relaziona al suo presente basta ascoltare il brano che si intitola La volata. L’inizio è un riff di quattro note nel quale la terza e la quarta sono distanziate di un semitono 
(LA-SOL-FA-SOL-FA-SIb-LA-SOL-FA-LA-FA-SOL) 
in una scala di Fa+ che ripete nella stessa sequenza di intervalli partendo dalla nota più bassa del precedente riff 
(FA-MI-RE-MI-FA-SOL-FA-MI-RE-FA-RE-MI) 
in una scala di La-  che sposta l’intervallo di semitono tra la seconda e la terza nota. 
Questi dispositivi melodici si sviluppano nel bebop ma diventano di uso frequente nel rock. Aquino sviluppa questo brano in un mood che è costantemente in bilico tra due sistemi musicali in apparenza così lontani e ne disvela l’intima consonanza.
Devo aggiungere, infine che del trombettista beneventano seguo con attenzione il suo lavoro sul timbro nel quale l’elettronica gioca un ruolo decisivo e interessante. Aspettiamo fiduciosi il prossimo lavoro, probabilmente più significativo ma, possibilmente capace di conservare la stessa leggerezza di Rock 4.0



Di Admir Shkurtaj sarebbe fin troppo banale dire che è un musicista in bilico.
E’ in bilico fra Albania e Salento, fra tradizione e contemporaneità. E’ uno che lavora duro su uno strumento che se non tutto ha in ogni caso già detto troppo e sul quale è difficile trovare strade innovative.
La musica di questo album si muove su un triangolo i cui lati fanno riferimento alla tradizioni della sua terra natia e di quella adottiva, Albania e Salento mentre il terzo lato rimanda ai movimenti contemporanei compreso il free jazz che nel caso di Shkurtaj significa innanzitutto Cecil Taylor.
Pianoforte preparato, accordi dissonanti con la mano sinistra, clusters con la destra ragion per cui il pianoforte oscilla costantemente fra melodia e ritmo percussivo.
La musica che Shkurtaj suona in questa occasione si potrebbe definire onomatopeica laddove il suono si fa linguaggio parlato, così come chiaramente esplicato nelle note che accompagnano i singoli brani.
Questo lavoro sul linguaggio è chiaro in taluni brani come, per esempio, Aremu, un brano della tradizione salentina che racconta storie di emigrazione. L’estraneamento che subisce il migrante viene sottolineato dall’impiego di uno strumento alieno alla cultura originaria come il pianoforte preparato che introduce un ostinato basato su due cicli sovrapposti (Fa#-Mi-Si-Lab) e (Re-Mi La) che accompagna la melodia tradizionale in Lam.
Interessante il secondo brano, Stornelli (Beddha ci voi venire) dove la mano destra e la mano sinistra sembrano andare veramente per conto loro: mentre la seconda esegue la melodia tradizionale la prima insiste in un ostinato arpeggio dissonante in modo tale che, come lo stessa musicista scrive nelle note, si creano sue distinti livelli di ascolto.
La medesima operazione, ma sul ritmo che alterna 7/8 e 9/8 viene effettuata sul brano di chiusura, Rindineddha.
I momenti improvvisativi che nell’album sono frequenti, sono quelli che maggiormente fanno emergere lo stretto rapporto di simpatia che lega Admir Shkurtaj al jazz dell’avanguardia.

Egli mette insieme, nella sua musica, ingredienti non omogenei sistemandoli nello stesso recipiente senza mai mischiarli in modo che l’ascoltatore possa decidere di servirsi ora dell’uno ora dell’altro oppure di entrambi. Se un difetto è presente forse si potrebbe trovare in un eccesso di accademismo che non conferisce alla musica abbastanza freschezza. Tuttavia questo difetto è compensato dalla quantità di stimoli che arrivano nella testa dell’ascoltatore. 
Admir Shkurtaj è un artista di valore nella misura in cui (suo malgrado?) la musica che produce è indissolubilmente legata al suo vissuto, fusa nella sua vita, il chè si percepisce chiaramente in chi ascolta.


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