Due recenti lavori sono interessanti in quanto, seppur molto differenti tra loro, hanno tuttavia un approccio
comune al materiale sonoro.
Entrambi presentano un mix di cover e
composizioni originali. Sto parlando di Rock 4.0, di Luca Aquino e Feksìn, di
Admir Shkurtaj. Li accomuna l’idea di guardare al passato con l’occhio del
presente; non è una novità questa, nel
mondo musicale italiano ma un’abitudine potenzialmente pericolosa perchè può facilmente
indurre in fastidiosi clichè o ancor peggio può essere usato per nascondere carenze
creative. Non mi sembra, ovviamente, il caso dei nostri
due.
Luca Aquino è un musicista autodidatta
che ha saputo raggiungere livelli importanti. Attraverso la sua tromba passa tutto ciò che nel
tempo ha costruito la sua formazione musicale, dal free al rock (da cui il
titolo). Le tracce alternano rifacimenti gloriosi, dai Doors ai Radiohead
passando per Bob Dylan e Neil Young, a composizioni originali sia dell’autore che dei
compagni d’avventura salentini Marco Bardoscia e Raffaele Casarano. Il lavoro
di sviluppa in un contesto che dà l’idea di una giocosa estemporaneità, un
piacevole incontro di amici molto in gamba: il bravissimo Javier
Girotto, il sorprendente (per me) Bardoscia nelle vesti di autore
nell’attraente Sfrikix che rimanda ai tempi bollenti del free. Aquino suona con
ecletismo passando dal Don Cherry di Sfrikix al Miles Davis elettrico di
Knocking on thr heaven’s door anche se personalmente tendo a preferirlo e trovarlo notevole in quei
momenti in cui riesce a liberarsi dai
compagni d’avventura per ritornare l’Icaro Solo che resta a mio avviso il punto, se
non più alto, certamente il più interessante della sua promettente carriera.
Per capire il profondo substrato
rockettaro di Luca Aquino e come lo relaziona al suo presente basta ascoltare
il brano che si intitola La volata.
L’inizio è un riff di quattro note nel quale la terza e la quarta sono
distanziate di un semitono
(LA-SOL-FA-SOL-FA-SIb-LA-SOL-FA-LA-FA-SOL)
in una
scala di Fa+ che ripete nella stessa sequenza di intervalli partendo dalla nota
più bassa del precedente riff
(FA-MI-RE-MI-FA-SOL-FA-MI-RE-FA-RE-MI)
in una
scala di La- che sposta l’intervallo di
semitono tra la seconda e la terza nota.
Questi dispositivi melodici si
sviluppano nel bebop ma diventano di uso frequente nel rock. Aquino sviluppa
questo brano in un mood che è costantemente in bilico tra due sistemi musicali
in apparenza così lontani e ne disvela l’intima consonanza.
Devo aggiungere, infine che del trombettista
beneventano seguo con attenzione il suo lavoro sul timbro nel quale
l’elettronica gioca un ruolo decisivo e interessante. Aspettiamo fiduciosi il
prossimo lavoro, probabilmente più significativo ma, possibilmente capace di
conservare la stessa leggerezza di Rock 4.0
Di Admir Shkurtaj sarebbe fin troppo
banale dire che è un musicista in bilico.
E’ in bilico fra Albania e Salento,
fra tradizione e contemporaneità. E’ uno che lavora duro su uno strumento che
se non tutto ha in ogni caso già detto troppo e sul quale è difficile trovare
strade innovative.
La musica di questo album si muove su
un triangolo i cui lati fanno riferimento alla tradizioni della sua terra natia
e di quella adottiva, Albania e Salento mentre il terzo lato rimanda ai movimenti
contemporanei compreso il free jazz che nel caso di Shkurtaj significa
innanzitutto Cecil Taylor.
Pianoforte preparato, accordi
dissonanti con la mano sinistra, clusters con la
destra ragion per cui il pianoforte oscilla costantemente fra melodia e ritmo
percussivo.
La musica che Shkurtaj suona in questa
occasione si potrebbe definire onomatopeica laddove il suono si fa linguaggio parlato,
così come chiaramente esplicato nelle note che accompagnano i singoli brani.
Questo lavoro sul linguaggio è chiaro
in taluni brani come, per esempio, Aremu, un brano della tradizione salentina
che racconta storie di emigrazione. L’estraneamento che subisce il migrante
viene sottolineato dall’impiego di uno strumento alieno alla cultura originaria
come il pianoforte preparato che introduce un ostinato basato su due cicli sovrapposti (Fa#-Mi-Si-Lab) e (Re-Mi La) che accompagna
la melodia tradizionale in Lam.
Interessante il secondo brano,
Stornelli (Beddha ci voi venire) dove la mano destra e la mano sinistra
sembrano andare veramente per conto loro: mentre la seconda esegue la melodia
tradizionale la prima insiste in un ostinato arpeggio dissonante in modo tale
che, come lo stessa musicista scrive nelle note, si creano sue distinti livelli
di ascolto.
La medesima operazione, ma sul ritmo
che alterna 7/8 e 9/8 viene effettuata sul brano di chiusura, Rindineddha.
I momenti improvvisativi che
nell’album sono frequenti, sono quelli che maggiormente fanno emergere lo
stretto rapporto di simpatia che lega Admir Shkurtaj al jazz dell’avanguardia.
Egli mette insieme, nella sua musica,
ingredienti non omogenei sistemandoli nello stesso recipiente senza mai
mischiarli in modo che l’ascoltatore possa decidere di servirsi ora dell’uno
ora dell’altro oppure di entrambi. Se un difetto è presente forse si potrebbe trovare
in un eccesso di accademismo che non conferisce alla musica abbastanza
freschezza. Tuttavia questo difetto è compensato dalla quantità di stimoli che
arrivano nella testa dell’ascoltatore.
Admir Shkurtaj è un artista di valore nella misura in cui (suo malgrado?) la musica che produce è indissolubilmente legata al suo vissuto, fusa nella sua vita, il chè si percepisce chiaramente in chi ascolta.


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