mercoledì 22 febbraio 2012

Come si forma un musicista?


Come si forma un musicista?
Comincerà a studiare presso una scuola privata o comunale per poi passare, mediamente intorno ai dodici anni, al Conservatorio dove seguirà un piano di studi che si fermerà inevitabilmente a Bach e dintorni.
Avrà imparato a suonare avendo inculcato ben saldo il concetto del bel suono che, sostanzialmente, vorrà dire tecnica e timbro omologati agli standars tramandatici dalla tradizione eurocolta.
Il futuro musicista consolida i parametri di quella che sarà la sua professione nella convinzione che quella musica che studia è la musica tout court mentre tutto il resto è rumore. E non sarà un caso se lo splendido excursus di Alex Ross sulla musica colta del '900 si intitola, appunto, Il resto è rumore.
Può succedere, tuttavia, che qualche baldo giovane incontri Charlie Parker e se ne innamori. In questo caso avrebbe un paio di possibilità alternative: tornare in una scuola privata specializzata in jazz o rock (il cielo ce ne scampi!) oppure sperare di essere accettato ai seminari di Siena Jazz dove magari con un migliaio di euro potrà partecipare a una clinic col famoso jazzista di turno ( un po' come pensare di imparare l'inglese dopo un bel soggiorno di una settimana a Londra).
Se il ragazzo è dotato, ha passione e appartiene al ceto medio borghese, può pensare, dopo vari Siena Jazz, di provare a suonare in qualche piccolo gruppo di semi esordienti producendo CD da inviare a Paolo Fresu con la segreta speranza di essere selezionati per esibirsi in qualche kermesse estiva sarda ed essere notati da qualcuno che è, appunto, qualcuno.
Qualcuno che ti saprà introdurre nel giro che conta, quello dei festival a denaro pubblico o sponsor bancheri.



Si evince facilmente che da tutto ciò non ci si può aspettare nulla di buono per la musica. Siamo in Italia.
In Italia vi è un livello allarmante di omologazione tra i musicisti jazz e nessuna presenza pesante nell'area sperimentale. Manca il lavoro sull'individualità, sull'identità soggettiva. Manca la capacità di percorrere strade vergini, di sorprendere. Tutto quel che ascolto ha l'inevitabile sapore del deja vu e molto spesso le cose più accettabili sono proprio quelle che affermano deliberatamente il già sentito come quei tanti lavori di rivisitazione che, non a caso, sono diffusissimi.
Non mi illudo. Non ho soluzioni. La musica afroamericana è nata e si è sviluppata nel suo splendore anche grazie al sistema che la sosteneva, connotato da istanze liberiste e affidato al mercato. Ha permesso grandi progressi ma, dal punto di vista umano, ha lasciato dietro di sè numerosi cadaveri. Già col Free questo sistema si rivelò inadeguato al punto che dovette intervenire in salvataggio l'Europa, col suo sistema misto di intervento pubblico e mecenatismo. Ovviamente non si può tornare indietro, nemmeno negli USA, tuttavia siamo in una fase di compromesso dove sembra, cinicamente, che i musicisti abbiano ottenuto la possibilità di sopravvivere a prezzo della rinuncia ad ogni velleità creativa  che comporti un salto oltre il muro del commercialmente sostenibile. 

4 commenti:

DJazz ha detto...

In Italia il problema non è solo per il jazz. Tralasciando la musica classica, mi sembra che tutta la musica popolare non offra nè spazi nè percorsi decenti.

Anonimo ha detto...

il Jazz è un genere musicale meraviglioso,comunque ha ragione Massimiliano Agati,quando dice ke ai propri figli nn bisogna fare studiare Musica sin piccoli,oh ok buona notte ciao Anonima86

Anonimo ha detto...

DJazz:comunque nn è vero ke il problema è solo x il Jazz ke è un genere musicale bellissimo,comunque mi dispiace tanto se il Jazz andasse a sconpararire come genere musicale,ciao e buona notte Anonima86

Anonimo ha detto...

secondo me il Jazz andrà a finire se nessuno a studiarlo/suonardlo secondo me,e questo nn è guisto x questo genere di musica è bellissimo zzo,ma xkè dobbiamo destinguarderla questa musica? cosi parlarticolare? Rodolfo?,ciao Anonima86