Di nuovo cerco di visualizzare la situazione sul palco, con pianoforte, basso e batteria. In genere do loro le spalle, cosa che non mi piace. E dato che di norma non uso un microfono con il monitor, loro non mi sentono di fronte. Ora, io attacco il brano, in genere senza contare, e uno per volta si aggiungono a me... è una sensazione piacevole sentire un'altra voce simpatetica, non c'è nulla che per me valga questo processo.
Quindi io sento le note del basso, poi il piano suona un accordo, e io dico dentro di me: "Ehi, bello, cos'era?". Non ho abbastanza tempo per metterci su un'etichetta, quindi il meglio che posso fare è rispondere a quel suono. Poi arriva la batteria, bellissimo! Quindi adesso io mi sto ascoltando in relazione ad altri tre suoni. "Cosa sta facendo adesso il pianista? Interessante. Ma cosa posso fare che corrisponda a quella progressione?... Però quella non funzionava davvero... E cos'è quell'accordo? Ah, davvero bello! Cosa sta facendo il basso adesso, con la batteria? Mi piace... Come faccio a trovare quel suono?" E va avanti nel modo più affascinante, qualche volta senza arrivare a costruire una composizione completa e ben strutturata, ma l'emozione di farlo insieme come gruppo, di fronte agli ascoltatori, credo che lo renda un tentativo straordinario.
Questo brano, tratto dal libro di Handy Hamilton, Lee Konitz. Conversazione sull'arte dell'improvvisazione (EDT), rende bene l'idea del meccanismo psicologico che sottende un nascente interplay nell'ambito di un tentativo di composizione istantanea. Si capisce, fra l'altro, che non basta una buona conoscenza delle strutture musicali nè una buona abilità tecnica ma è fondamentale una grande attitudine comunicativa, una capacità di entrare in sintonia con i colleghi, afferrare il comune sentimento.

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