domenica 4 ottobre 2009

Produttori e fruitori


[...] non credo che quella del "produttore" e del "fruitore" siano entità molto separabili. Tra un'opera musicale e chi l'ascolta c'è meno distanza storica che tra un quadro e chi lo guarda.Le opere musicali non si coprono con quella "vernice dei maestri", di quella "vernice di vecchio violino", di quella vernice del tempo, insomma, che colloca la grande pittura del passato a una certa distanza da noi. Le grandi opere musicali del passato vanno "rifatte" e reinterpretate continuamente, anche a costo di trascriverle e di farle risuonare su strumenti completamente diversi. E' nella loro stessa natura che questo avvenga. Basta non dimenticare che le necessità industriali della musica hanno feticizzato e formalizzato i suoi mezzi Una volta le orchestre erano raggruppamenti piuttosto "aperti" di musicisti. Nello stesso anno, una sinfonia di Haydin poteva essere eseguita con cinquanta violini a Londra e con dodici violini a Dresda. La musica ha insomma bisogno di interpreti e già questo fatto, da solo, rende pressochè inestricabile il rapporto tra "produzione" e "fruizione" musicale. Delle illustri dame come Gisèle Brelet e Susan Langer si sono occupate del problema che a me, francamente, non interessa molto. Posso solo confessarti che  quei due termini, produzione e fruizione, non mi piacciono perchè suggeriscono l'idea di una fabbrica che produce beni di consumo musicale e di gente che li compra e se li mangia. La mia avversione per questi termini è forse eccessivamente istintiva e viscerale ; come la mia avversione per un altro termine di uso frequente: "operatore culturale". Un termine sociologicamente, antropologicamente e culturalmente demente. Mi piace pensare che gli uomini facciano delle cose e dei mestieri precisi e mi piace pensare che un pescatore e un contadino siano produttori di cultura almeno quanto un burocrate o un mezzobusto televisivo. Il musicista e l'ascoltatore non appartengono a due diverse categorie socio-culturali. Sono un compositore ma sono io stesso un ascoltatore, anzi, per quel che mi riguarda, sono il miglior pubblico che io conosca. Sono l'incarnazione di un pubblico ideale.
[Luciano Berio. Intervista sulla musica. Laterza 1981]




Luciano Berio pone due questioni interessanti.
La collocazione storica della musica differente da quella di altre forme d'arte come la pittura, nell'esempio che porta il musicista.Questa sua "mutabilità" storica le conferisce un'appartenenza collettiva. Interessante il discorso sulla feticizzazione e formalizzazione dei mezzi di produzione musicali, processo che ha interessato sicuramente in misura maggiore la musica eurocolta rispetto alla musica afroamericana [1] dove l'ecletismo esecutivo, parte fondamentale del linguaggio jazzistico, è sempre stato molto praticato, tranne, forse, in quella corrente nota come "camerismo" e penso a musicisti come Keith Jarrett .
L'altra questione importante è la restituzione della musica alla pratica artigianale e il musicista visto come artigiano che, al di là di tanti discorsi , è proprio la cosa più vera. Costruire musica è un lavoro fondamentalmente artigianale.

note
[1] La denominazione di musica "afroamericana", relativa al jazz sarebbe da aggiornare, alla luce dello sviluppo che tale musica ha subito negli ultimi anni








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