Essere liberi è il principio della democrazia americana.
In democrazia come nel jazz si dispone di una libertà limitata. Non è una libertà assoluta, è una libertà all'interno di una data struttura. Mi creda, c'è un legame profondo tra il jazz e l'esperienza americana. E' questo che rende il jazz così importante. Ed è per questo che il fatto di non averne tenuto conto, ha provocato la perdita di una parte importante della nostra identità di americani. Perchè non è stato insegnato al pubblico il sistema di valori che ci dà veramente una rappresentazione spirituale della nostra società.
[Wynton Marsalis]

La citazione è estrapolata da un libro di Franco Bergoglio, Jazz! Appunti e note del secolo breve, edito da Costa & Nolan.
E' una raccolta di dichiarazioni formali di carattere etico, politico che investono anche il ruolo della musica jazz della quale Marsalis è uno degli esponenti di maggior spicco.
Il concetto chiave è quello di libertà limitata che il nostro trasporta pari pari da un ambito storico a quello musicale usandolo come grimaldello nel tentativo di scardinare l'esperienza free degli anni sessanta, di bollarla come esperienza anti americana (e da qui a definirla comunista il passo è breve)
Secondo Wynton Marsalis, dunque, la libertà creativa deve subire i limiti di una sovrastruttura, che sia armonica, melodica o timbrica, di stile, ecc. Un percorso segnato entro cui sviluppare il proprio istinto di libertà non solo sarebbe necessario ma, addirittura, conforme ai dettami etici della nazione.

Così Marsalis scopre la sua vera essenza di musicista organico al potere e spiega ill suo profondo astio per tutta quella musica che ha incarnato gli anni della coscienza nera, la sua mediocre aspirazione all'integrazione subordinata.

Tuttavia, questo paragone suona un po' troppo forzato come un'ideologia posticcia e giustificatoria

Su una cosa Wynton Marsalis aveva ragione.
Alcuni meccanismi che hanno governato in passato l'esperienza jazzistica erano profondamente intrinsechi al sistema di valori etici della società americana.
Nella filiera che per molti anni ha governato la produzione-fruizione della musica, per esempio, l'organizzazione era interamente di tipo privatistico ed aveva il suo fulcro nell'impresario, figura di mediatore tra gli artisti e i proprietari delle strutture deputate all'esecuzione e fruizione.
L'attività del musicista e la sua possibilità di lavoro dipendevano dalla quantità di pubblico che riusciva ad attrarre. Era un sistema che condizionava pesantemente l'attività creativa e l'intera formazione del musicista, negativamente la prima e probabilmente in positivo, la seconda.
Non fu un caso se con l'avvento del Free questa organizzazione così ben oliata si scardinò e vacillò.
Da una parte, i musicisti coinvolti nel movimento free passarono da un rapporto di tipo individualistico competitivo a un rapporto più collettivistico collaborativo. Dall'altra, la fuga dalle regole consolidate determinò un disorientamento tra i fruitori (il pubblico pagante) che portò a un crollo delle presenze.
Questi due motivi furono alla base di un importante movimento migratorio verso l'Europa ove, per vari motivi, culturali, sociali o politici, la predisposizione all'ascolto della New Thing era certamente maggiore.
[25 agosto 2009]
Immagini
Dado Moroni, Max Gionata, Javier Girotto, Fabrizio Bosso
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