Sull’ultimo numero di Musica Jazz è stata pubblicata una fulminante intervista a Daniele Sepe a cura di Neri Pollastri, il cui argomento verte sulla questione di quali siano le sorti del Jazz.
Sono contento di trovarmi in gran parte d’accordo con le tesi di Sepe, persona che stimo. Di Sepe riporto, dalla mia memoria, le contestazioni a cui fu sottoposto quando ricoprì il ruolo di maestro concertatore in un’edizione della Notte della Taranta e un delizioso concerto in un localino sulla costa jonica salentina, il Fico d’India. In quest’ultima occasione, tra un brano e l’altro, espose le sue teorie sulla musica popolare, sui nuovi ritmi, dettati dal woofer degli stereo sparati a palla e così via.
Sepe è uno che vive la musica in tempo reale, immerso nel flusso della molteplice contemporaneità.

Del suo essere nel flusso delle cose gli va dato ampio atto.
L’intervista, per l’argomento e per il contenuto, la trovo interessantissima, sebbene la rivista abbia ritenuto utile relegarla a pag. 68, dopo le recensioni, ma tant’è.
Cosa dice, dunque, il nostro?
Dice innanzitutto che il jazz è morto, non ha più ragione d’essere. E su questo sono d’accordo. Paragona i musicisti che riproducono cose come hardbop o bebop a quei musicisti di musica barocca che teorizzano l’”adesione filologica alla scrittura” e li accusa di fare una musica che è morta e forse sono morti essi stessi. Sono d’accordo, seppure mi dà immenso piacere suonare col mio clarinetto Naioma o My Favorite Thing, piuttosto che Autumn Leaves o Saint Thomas. Ma io sono un dilettante e, per lo più, apprendista quindi non faccio testo.
Sono tutti argomenti ai quali ho accennato con frequenza su questo blog.
Per esempio, il jazz è musica d’uso, ossia, ballata, accompagnata, da chiacchere a un tavolo, cenando o sorseggiando del buon vino (bravo Raffaele Casarano col tuo Locomotive Jazz Festival, anche se il menu potrebbe migliorare) ma con l’arrivo di nuove musiche, come il Rock ‘n’ Roll, per esempio, l’uso si spostò verso di esse e il jazz rimase deprivato della sua identità. A questo punto iniziò la sua agonia dal momento in cui i musicisti si rivolsero all’Europa, avvezza a un tipo di ascolto più intellettuale.
Fu in questa fase storica che l’energia del Jazz confluì nella tradizione europea. Un feedback, se si fa caso, l’Europa aveva dato linfa alla tradizione africana ed ora reclamava il saldo del debito con i dovuti interessi.
Accenna, Sepe, all’omologazione dei musicisti come conseguenza dell’appiattimento didattico dei Conservatori e suggerisce la speranza di riprendere la strada.
Anche questo è un discorso vecchio, benché assodato. Dimmi come impari a suonare e ti dirò che musica mi farai ascoltare.
Insomma, una quantità enorme di carne al fuoco. Discutere di cosa è o cosa non è jazz al giorno d’oggi potrebbe sembrare una discussione fine a sé stessa ma la coscienza della propria collocazione storica conferisce un’identità differente al musicista, forse una maggiore libertà.
Dischi
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