Sull’ultimo numero di Musica Jazz compare un interessante articolo-intervista di Giorgio Rimondi al filosofo Christian Bethune, autore di alcuni testi di riflessione sul jazz.
In particolare, in questo articolo si evidenzia un’idea del filosofo circa ipotetici paralleli tra jazz e pensiero greco in rapporto al formarsi della nostra civiltà.
Ciò che è più interessante è la domanda di chiusura, che riporto.
C’è un punto sorprendente e rivelatore nel tuo discorso: quando affermi che il jazz insegna che non si può dissimulare l’essenza ludica dell’arte. Puoi dirmi meglio?
Come sai anche tu, la concezione occidentale dell’arte si è sempre sforzata di dissociare espressione artistica e divertimento. Per Adorno, come per Boulez, il termine entertainement ha una connotazione particolarmente peggiorativa. Ma dobbiamo ricordare che la cultura afroamericana, senza la quale il jazz non è nemmeno pensabile, è una cultura partecipativa e non rappresentativa. La partecipazione, però, non è dissociabile dalla contemplazione. Sicchè, in questo gioco collettivo di rimandi, il piacere di partecipare diventa indissociabile dall’esultanza collegata alla contemplazione. E mentre la dimensione ludica, giocosa, diventa costitutiva della creazione poetica, l’idea della contemplazione disinteressata, cara all’estetica kantiana, perde ogni pertinenza. Poiché nella cultura afroamericana la bellezza non è separabile né dal piacere derivante dal partecipare alla performance né dall’utilità funzionale di questa performance, soprattutto quando si tratta di ritmare i gesti d’un lavoro comune. Un gruppo che carica un battello di balle di cotone, dissoda un campo o sega un tronco, compie una serie di azioni o gesti coordinati che solo una grande padronanza ritmica permette. Ecco allora che il lavoro, il senso ludico e la contemplazione divengono elementi indissociabili anche nell’atto poetico. A mio parere, insomma, la pratica jazzistica lascia intravedere un orientamento troppo spesso rimosso dalla concezione occidentale dell’arte, un orientamento che, bisogna riconoscerlo, talvolta ritroviamo anche nella parte più “seria” dell’arte occidentale. Basti pensare […] a quell’istanza indissociabile dal gioco che sottilmente anima, all’insaputa dello stesso Schoenberg, la musica seriale.
[cft. Musica Jazz num. 7 luglio 2008, pag. 56-57]
Sto ascoltando Filmwork XIX riflettendo proprio sull’aspetto ludico della musica di John Zorn che è musica che prende il jazz come pretesto, non essendo etichettabile. Credo che Zorn sia un efficace laboratorio della contemporaneità musicale.
Letture
Giorgio Rimondi, Bethune: jazz e pensiero greco due svolte della nostra civiltà, Musica Jazz num. 7/2008
Ascolti
John Zorn, Filmwork XIX The Rain Horse, Tzadik
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