martedì 10 giugno 2008

Impara l'arte e mettila da parte

Gli anni ’60 hanno rappresentato uno spartiacque nel jazz americano anche in funzione del rapporto tra pratica musicale e apprendimento.

Nella musica afroamericana, al contrario di quella euroclassica, esiste una stretta connessione tra apprendimento e pratica, una sorta di inscindibilità, retaggio delle origini africane ma non solo: la tradizione bandistica europea, ripresa dal jazz agli albori neworleanesi, ha da sempre saputo coniugare, nella fase dell’apprendistato, la componente didattica da quella esecutiva vera e propria.

Il libro di Luigi Onori, Paolo Fresu Talkabout, biografia a due voci, parla a lungo dell’apprendistato di Fresu all’interno della banda di Berchidda ed è, da questo punto di vista, esplicativo di un esempio di “inizio” jazzistico oggigiorno assai famoso.

Quindi, il musicista afroamericano ha cominciato a imparare a bottega dal più anziano, per imitazione e in maniera prevalentemente orale.

Questo sistema ha apportato taluni innegabili vantaggi al jazz: una forte caratterizzazione timbrica e stilistica dovuta al processo di apprendimento orale e imitativo che svincolava il discepolo da obblighi di aderenza a stili codificati, anzi, in un ambito di assenza di norme codificate (retaggio dell’origine popolare di questa musica). Il forte radicamento popolare del jazz delle origini ha dato luogo alla componente improvvisativa che, agli esordi, era basata su uno schema di chiamata e risposta, facilmente identificabile anche in talune forme popolari del bacino del mediterraneo.

La verifica professionale, nella prima fase storica, era delegata all’entartainment, target del jazz degli inizi. Successivamente, soprattutto con l’avvento del bebop, la musica degli afroamericani fu eseguita in funzione dell’ascolto e la cifra timbrica e stilistica divenne valore aggiunto ai fini di eventuali ingaggi.

Per una musica che si trasformò da intrattenimento a forma d’arte, anche le sue modalità di apprendimento subirono alcune modifiche, nel senso che entrarono in campo le scuole accademiche come la Juilliard School of Music, frequentata tra gli altri da Miles Davis il cui atteggiamento fu, comunque, di rifiuto per l’accademismo e preferenza per la bottega rappresentata in questo caso da un certo Charlie Parker.

Mai, in ogni caso, l’accademia riuscì a sostituire la strada e la bottega. In questo senso il jazz fu musica intimamente americana, basata com’era su un sistema selettivo feroce, inimmaginabile per i canoni nostrani. Basti pensare alla pratica delle jam sessions la cui funzione era soprattutto quella di vetrina ad uso di eventuali impresari. La “differenza” individuale serviva ad attrarre, anche in questo caso.

Dicevo all’inizio degli anni ’60.

L’esplosione del Free produsse uno scollamento traumatico, una frattura in quella connessione tra apprendimento e pratica che per oltre mezzo secolo aveva visto nascere e caratterizzato la musica afroamericana. La complessità del nuovo linguaggio musicale richiedeva preparazione, coscienza tra i musicisti e cultura capace di accettare, nei fruitori. Quest’ultima venne a mancare facendo venir meno i profitti per l’industria legata a questa musica che fu salvata dalla fine dal tempista e provvido aiuto europeo.

Con l’ingresso sulla scena dell’Europa, dunque, si cambiano le carte in tavola: intervento pubblico e sponsor privati attenuano il potere del mercato e liberano la musica dalle dipendenze meno nobili. Nello stesso tempo, l’accresciuta coscienza civile e umana dei neri americani li aveva portati a un maggior livello di cultura e a un interessante ibrido tra accademia e tradizione capace di produrre gli splendidi fiori selvaggi degli anni ’70, l’acme del jazz americano.

Questo tipo di organizzazione, tuttavia, risulta indigesto al sistema americano che non rinuncia al mercato e al profitto e priva le sue energie musicali del necessario supporto vitale, ricacciandoli tra le braccia di mamma Europa, con esiti nefasti. Perché nel vecchio continente il nero americano abdica, rinunciando alla sua tradizione e subordinandosi alla rigida schematicità didattica europea, omologante e appiattente.

Suggerimento letterario
Franco Bergoglio, Jazz! Appunti e note del secolo breve, Costa & Nolan, 2008

Suggerimento musicale
Wildflowers Vol.1-5 (The New York Loft Jazz Sessions) - Artisti vari, Knit Classics

Immagini
1-
Buddy Bolden Blues Band (anonimo)
2-
Jelly Roll Morton (anonimo)
3-
Jelly Roll Morton (anonimo)

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