sabato 10 maggio 2008

Al tempo che farà

Paolo Damiani, Al tempo che farà è un disco che ha ottenuto numerosi riconoscimenti , assunto come esempio di tendenza positiva della musica italiana.

Non sono un critico per cui posso tranquillamente manifestare la mia insofferenza verso questa musica che non ho saputo reggere fino alla fine del disco. Ed esprimo questo giudizio, non essendo un critico del settore, senza tema alcuno di essere smentito, che ognuno è libero di dare un giudizio personale sulla musica che gli capita di ascoltare.

Di questo lavoro di Damiani ci sono tante cose che non mi hanno convinto.

Alla base del suo linguaggio espressivo c’è una profonda mistificazione della sintassi afroamericana. Il jazz è stato qui spalmato su una struttura le cui componenti sono la tradizione popolare e quella canzonettistica a cavallo tra ‘800 e ‘900. Un’operazione che, forzando leggermente, ricorda quella (più nobile) effettuata alla metà degli anni ’70 dal mitico Canzoniere del Lazio. In misura maggiore, rispetto a quanto capitò al Canzoniere, in Damiani queste due componenti restano separate disvelando il trucco. Mi infastidisce questo ruolo subalterno del linguaggio jazzistico che sembra quasi dovuto, dato il retaggio storico di alcuni componenti dell’ensemble di Damiani, un retaggio fastidioso da cui liberarsi.

La voce femminile che percorre l’intero disco è imitativamente morriconiana e contribuisce con frequenza a banalizzare il contesto.. La struttura ritmica, nonostante la valenza dello stesso Damiani e di Walter Paoli, perde riferimenti alla tradizione neroamericana mentre, viceversa, lo stile è subalterno alla tradizione canzonettistica italica e mai, rispetto a quest’ultima, incisivo e dialettico. Si salvano i voli timbrici di Gianluigi Trovesi e Javier Girotto.


Paradosso finale, a proposito di questo lavoro, l’ammiccamento a luoghi accademici, come l’auditorium di S. Cecilia di Perugia, in un momento in cui sarebbe auspicabile il sovvertimento/rivoluzionamento del “sistema musicale” europeo e italiano in particolare.

Si riflette spesso su questo blog riguardo la direzione verso cui il grande stream afroamericano si sta ramificando. Questa di Damiani mi sembra una direzione sbagliata, un’operazione costruita a tavolino, magari (ma non posso esser certo) con un fine commerciale. In questa direzione, antesignano il già citato Canzoniere del Lazio, si muovono in parecchi, in Italia. Penso a Daniele Sepe. Tendenza discutibile, a mio avviso ma degna di rispetto per la sua convinta veracità. Damiani, invece, ha voluto fare l’intellettuale e ha “pisciato di fuori”.

E’ veramente questa l’unica strada possibile per allargare gli orizzonti del jazz, come molti si auspicano? In tal modo questa musica, ascrivibile a una sorta di filone neoespressionistico, rischia di ridursi a puro esercizio stilistico mentre le energie vengono rivolte altrove, su altri terreni di coltura che, nel caso di Damiani, sono quelli della tradizione popolare di appartenenza.

Questa è la mia impressione.

Tuttavia, Paolo Damiani è musicista intelligente e passionale per cui, lungi dal bocciarlo (e chi sarei, poi, io per bocciare chicchessia) mi accingo a seguirlo in futuro per vedere come proseguirà il suo cammino. Insomma: al tempo che farà.


Ascolto
Paolo Damiani, Al tempo che farà, Egea 2007
Canzoniere del Lazio
, Miradas, Cramps 1977
Daniele Sepe
, Suonarne 1 per educarne 100, Il Manifesto 2006

Immagini
Paolo Damiani (foto di Roberto Cifarelli)


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