Continuo il discorso sul libro di Bolelli dedicato alla Musica Creativa degli anni settanta perché sembra individuarsi in quegli anni il germe di una musica nuova alla quale l’etichetta “jazz” sta stretta e alla creazione della quale contribuiranno forze da ogni parte del mondo, Europa in particolare. Non che in precedenza non vi siano stati importanti contributi extra-americani al jazz, ma in questi anni a cui si riferisce la vicenda narrata da Bolelli il rapporto tra musica afroamericana e impulsi extra americani diventa più organico e intimo.
Il momento storico risulta, quindi, strategico per l’evoluzione del jazz e quella che sostengo essere la sua implosione su scala mondiale.
Di Franco Bolelli non mi sento di condividere, se non parzialmente, la sua analisi sul ruolo sociale e storico della musica degli anni settanta. Un’evoluzione in senso colto vi è stata, rispetto al Free, una coscienza e consapevolezza riflessiva era sopravvenuta, rispetto agli anni sessanta, con un nuovo modo di porsi, da parte degli afroamericani, rispetto alle problematiche razziali, a loro volta modificatesi nel decennio successivo.[1]
Tuttavia,non riesco a condividere l’opinione di Bolelli secondo la quale quella musica fu popolare e capace di superare la rigida dicotomia della quale è vittima la critica occidentale tra musica colta e musica popolare. Mi sembra, viceversa, che quel movimento fu parallelo all’affermarsi di una fascia sociale di afroamericani appartenente a una discretamente benestante media borghesia che poco aveva da spartire con le assai più larghe fasce di proletariato urbano che a tale fenomeno restò sostanzialmente estraneo.
Il libro di Bolelli risente degli anni in cui fu scritto tuttavia fa emergere un’ipotesi interessante a proposito dell’irruzione europea nel jazz.
L’ipotesi è che il Free abbia smontato l’estetica espressiva e formale del jazz in maniera radicale. Ha prodotto macerie sulle quali i musicisti creativi, a partire dall’Association for the Advanceme the CreativeMusicians di Chicago hanno prodotto nuove dinamiche formali, nuove dialettiche all’interno della dinamica tra composizione e improvvisazione. Proprio in questa fase sarebbe maturato l’incontro con la musica contemporanea e avrebbero trovato sistematica applicazione i contatti tra musicisti delle due sponde.
Tra i miei ricordi personale c’è un incantevole concerto, al teatro Petruzzelli di Bari, di Anthony Braxton e Richard Teitelbaum.
Molto praticato, in questi anni (formidabili, direbbe Mario Capanna) l’approccio creativo allo strumento solo, quello che Bolelli chiama, in modo azzeccato, musica di autoanalisi[2].
Nella pratica espressiva della musica creativa, il solo è ricomposizione onnilaterale di tutte le facoltà umane. Proprio perché accoppia in assoluta identità il ruolo dell’esecutore e quello dell’inventore, il musicista combina mente e corpo (consapevolezza ed emozioni, ragione e inconscio, bisogni e desideri…) in un gesto naturale di unificazione della propria soggettività. In questa totale compenetrazione di espressività umana e linguaggio sonoro, anche gli strumenti sono affrontati da chi suona come propria componente organica e, dunque, in senso squisitamente funzionale. [3]
Importantissimi, in questo senso, Braxton (For Alto), Lacy (Lapis, Solo, Stabs, Straws), Roscoe Mitchell (Solo Saxophone Concerts), George Lewis (Solo Trombone Records), Oliver Lake (Passing Thru), Evan Parker (Saxophone Solos), Paul Rutherford (The Gentle Harm of the Bourgeoise), Peter Brotzmann (Solo), Leroy Jenkins (Solo Concert) ed altri ancora mancano da questo imperfetto elenco. Dischi importanti che segnano il tracciato di una sintassi indubbiamente nuova e di assoluto interesse.Un’altra importante considerazione, riguardo il movimento musicale in oggetto, che Bolelli mette bene in evidenza è la tendenza comunitaria del movimento, la quale ha fatto da carburante alle numerose possibilità di incontri ed interscambi, soprattutto col versante anglo-tedesco.La prima comunità di musicisti che viene in mente è la Association for the Advancement of the Creative Musicians di Chicago, un’associazione che era molto più che un sindacato, un luogo di interscambio fecondo di energie musicali, coagulo di esperienze e produttore di multi tendenze. Coltivò energie e forti contraddizioni i cui sviluppi reclamano diritti ancora oggi.Numerosi furono i collettivi musicali come il Creative Construction Company, l’Art Ensamble of Chicago, Black Artists Group, World Saxophone Quartet di Lake, Hemphill, Murray e Bluiette.Credo, infine che questo movimento, etichettato come Musica Creativa (etichetta che, per comodità, ho fatto mia) o Free Bop, abbia riportato le istanze free in una dimensione più consapevole ma meno corrosiva, incanalato le energie del decennio precedente in direzione di una nuova coscienza privatizzando le istanze di riscatto del popolo nero. Un riflusso, insomma, che ha ridotto la dimensione pubblica e politica del fare musica. Un bavaglio?
[1] Non vorrei cadere nel luogo comune della suddivisione storica dell’evoluzione jazzistica basata su salti decennali. In realtà, quella che in questo post intendo come musica degli anni settanta è andata prendendo forma qualche anno prima, per lenta trasformazione, senza soluzione di continuità, rispetto al movimento Free.
[2] cft. Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978, pag. 42
[3] cft. Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978, pag. 44
Discografia
Muhal Richard Abrams, Levels and Degrees of Light, Delmark 1967
Barry Altschul, You can’t name your own tune, Muse 1977
Art Ensemble of Chicago, Certain Blacks, America 1969
Derek Bailey, Solo Improvisations, Incus 1974
Han Bennink, Solo, Icp 1972
Hamiet Bluiett, Birthright, India Navigation 1977
Lester Bowie, Rope-a-dope, Musee
Anthony Braxton, For Alto, Delmark 198
Circle, Paris Concert, Ecm 1971
Creative Construction Company, No more White Gloves, Muse 1971
Chico Freeman, Morning Prayer, Whynot 1976
Globe Unity Orchestra, Jahrmarkt/Local Fair, PO Torch-2 1976
Milford Graves, Dialogue of the Drums, Ips 1975
Julius Hemphill, Raw materials and residuals, Black Saint 1977
Iskra, Iskra, Incus 1972
Joseph Jarman, As if it were the Seasons, Delmark 1968
Lerooy Jenkins, For Players only, Jcoa 1975
Maurice Mctyre Kalaparusha, Kalaparusha, Trio PA 1975
Steve Lacy, Solo, Emanem 1972
Oliver Lake, Passing Thru, Africa 1974
George Lewis, Solo Trombone Record, Sackville 1976
Misha Mengelberg, Groupcomposing, Icp 1970
Roscoe Mitchell, Solo Saxophone Concert, Sackville 1974
Music Improvisation Company, Incus 1971
Revolutionary Ensemble, The People Republic, Horizon 1975
Sam Rivers, The Quest, Red Record 1976
Sun Ra, Montreaux, Saturn 1976
Cecil Taylor, Silent tongues, Arista 1973
Mal Waldron, One upmanship, Enja 1977
World Saxophone Quartet, Live in Moers, Ring 1977
Immagini
1-Joseph Jarman by Roberto Cifarelli
2-Joseph Jarman by Roberto Cifarelli
3-Joseph Jarman by Jackie Lepage
Letture
Franco Bolelli, Musica Creativa, Squilibri Edizioni 1978
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