giovedì 10 gennaio 2008

Didattica


Su Musica Jazz di gennaio, Antonio Iammarino si chiede, in un articolo-inchiesta previsto in due puntate, se sia possibile insegnare la creatività del jazz.
Nel primo articolo espone i pareri di due musicisti e didatti di notevole importanza, Enrico Intra e Stefano Battaglia.
Il primo pone l’accento sulla necessità di insegnare agli allievi la necessità di andare oltre forme tecniche consolidate che potrebbero indurre nell’ascoltatore sensazioni di già sentito poi si sofferma a sottolineare l’importanza delle attuali scuole e metodi, di internet e della possibilità di spostarsi con una certa facilità, cosa che promuove la possibilità di incontri fecondi con colleghi studenti e autorevoli musicisti.
Mi permetto di avere qualche dubbio col tenore generale di questo intervento che non nasconde, laddove, all’interno dello stesso articolo, vuole negarla, una certa impostazione accademica che numerosi danni sta apportando alla stragrande maggioranza di allievi.
E’. viceversa, molto importante l’impostazione, che condivido nella sostanza, dell’intervento di Stefano Battaglia, quando parla della necessità di tornare a quella che è l’ ”esperienza musicale”.
La bellezza è semplice. La musica è semplice, mentre la teoria, le tecniche, il metodo si pongono al di fuori dell’esperienza musicale.[1]

Ha ragione Battaglia, nel suo affascinante pensare, ciò di cui la musica ha bisogno, oggi più che mai, è un rapporto osmotico con gli elementi primordiali della natura.
Attenzione, dice poi Stefano Battaglia, l’accademia rischia di produrre mediocrità.
In realtà, se guardiamo la storia del jazz, il suo apprendimento è sempre avvenuto attraverso percorsi alternativi e marginali e questa debolezza ha finito per diventare la sua forza perché in questo sistema si sono conservati stilemi e metodologie risalenti all’Africa, come l’approccio al suono o la poliritmia, per esempio.
Il jazz americano del secolo scorso si è formato per imitazione volontaria e individuale, mai all’interno di percorsi didattici standardizzati. Si tendeva a imitare un maestro affermato e in questo processo imitativo si finiva per conservare le proprie peculiari caratteristiche individuali, finendo per produrre una gran varietà di approcci . Questa metodologia è stata l’anima della musica afroamericana ma non è riuscita a tramandarsi nel mondo europeo, rimasto legato a un approccio più accademico.
Per quanto riguarda l’Italia, ho sempre guardato con fascinazione all’esperienza bandistica, forse per il fatto che provengo dalla Puglia, terra d’elezione delle bande musicali da strada. Comunque, le esperienze bandistiche furono, non a caso, importanti nel jazz di New Orleans finendo per determinare l’egemonia degli strumenti bandistici su gran parte della storia jazzistica.
Ancora oggi, nel nostro paese, è possibile imparare a suonare nelle istituzioni bandistiche che offrono spesso approcci didattici molto liberi e variegati e rispetto per le singole individualità. Paradigmatiche, in questo senso, le esperienze di musicisti come Minafra, Fresu o Dell’Anna.
Per concludere, riporto un pensiero di Stefano Battaglia dal succitato articolo:

Il flusso esagerato di informazioni su tecniche e stili credo abbia, alla lunga, prodotto uno svilimento del significato musicale, complicato il percorso di identificazione, determinando un generale appiattimento e la saturazione dei circuiti.
L’accademia classica è in astinenza da significato musicale da più di mezzo secolo, mentre quella jazzistica ha innescato negli ultimi vent’anni un grave corto circuito attraverso la cristallizzazione di stili e linguaggi, provocando la progressiva scomparsa di una reale prassi improvvisativa che era e rimane la ragione ultima dell’esistenza stessa del jazz, sino a prova contraria.
[2]

NOTE
[1] cft Musica Jazz, anno 64 numero 1, gennaio 2008, pag 33
[2] cft Musica Jazz, anno 64 numero 1, gennaio 2008, pag 34

Bibliografia
Paolo Fresu Talkabout, Luigi Onori, Stampa Alternativa 2007

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