Se si provasse a lanciare uno sguardo a ritroso, in questo blog, si noterebbero tre situazioni che hanno in comune tra di loro il desiderio dei musicisti di ritrovare le proprie radici nel ventre della Madre Africa.
II mio spunto di riflessione parte dal recente post su Max Roach, laddove egli parla della sua esperienza di insegnante nell'Università del Ghana, nei pressi della capitale Accra.
In quel frangente, Roach prende atto dell'insostituibile negritudine che pervade il jazz come imprescindibile condizione del jazzista. Individua questo senso nel comune sentire il suono e il ritmo e nelle simili metodologie di apprendimento.
Nel 1977, Lester Bowie si recò in Nigeria, a Lagos, per incontrare il grande musicista africano Fela Kuti. II contatto durò sei mesi e permise a Kuti di capire meglio il jazz, musica che lui amava tantissimo, e a Bowie molti dei meccanismi che regolano l'approccio dei musicisti africani alla loro musica. Registrarono insieme un disco, No agreement.
L'ultima, in ordine cronologico, è Dee Dee Bridgewater (vedere Jazz It di luglio-agosto 2007). II suo viaggio nel Mali, terra di musica splendida, l'ha portata ad incontri di inconsueto fascino con numerosi musicisti locali ed alla nascita di questo interessante cd, Red Earth, figlio di questa fruttuosa collaborazione.
II mio spunto di riflessione parte dal recente post su Max Roach, laddove egli parla della sua esperienza di insegnante nell'Università del Ghana, nei pressi della capitale Accra.
In quel frangente, Roach prende atto dell'insostituibile negritudine che pervade il jazz come imprescindibile condizione del jazzista. Individua questo senso nel comune sentire il suono e il ritmo e nelle simili metodologie di apprendimento.
Nel 1977, Lester Bowie si recò in Nigeria, a Lagos, per incontrare il grande musicista africano Fela Kuti. II contatto durò sei mesi e permise a Kuti di capire meglio il jazz, musica che lui amava tantissimo, e a Bowie molti dei meccanismi che regolano l'approccio dei musicisti africani alla loro musica. Registrarono insieme un disco, No agreement.
L'ultima, in ordine cronologico, è Dee Dee Bridgewater (vedere Jazz It di luglio-agosto 2007). II suo viaggio nel Mali, terra di musica splendida, l'ha portata ad incontri di inconsueto fascino con numerosi musicisti locali ed alla nascita di questo interessante cd, Red Earth, figlio di questa fruttuosa collaborazione.
Mentre credo nell'autentico bisogno intimo di ritorno alle origini, nei primi due casi, mi riesce difficile accettare altrettanta sincerità nel caso della Bridgewater. Ciò non toglie che il suo disco, anche se "costruito" in funzione di esigenze commerciali e attento aI richiamo delle sirene modaiole della ethno music, non possa essere comunque interessante.
II linguaggio jazzistico è andato elaborandosi a partire da queste coordinate, raggiungendo una piena maturità per poi repentinamente rimettersi in discussione, col Free degli anni sessanta. Su questo punto cruciale si innesta il lavoro dei musicisti europei che entrano in scena a tavola già imbandita, tavola alla quale si siedono dopo aver depositato il loro bagaglio musicale parte del quale, quello relativo alla tradizione eurocolta, già ampiamente elaborato e parte, quella forse più interesante, relativa al personalissimo rapporto che gli europei hanno con la loro tradizione di musica fondamentalmente modale e, almeno nel caso italiano, di un ritmo semplice e basato su un 414 con l'accento che balla continuamente dalle battute dispari a quelle pari.
II linguaggio jazzistico è andato elaborandosi a partire da queste coordinate, raggiungendo una piena maturità per poi repentinamente rimettersi in discussione, col Free degli anni sessanta. Su questo punto cruciale si innesta il lavoro dei musicisti europei che entrano in scena a tavola già imbandita, tavola alla quale si siedono dopo aver depositato il loro bagaglio musicale parte del quale, quello relativo alla tradizione eurocolta, già ampiamente elaborato e parte, quella forse più interesante, relativa al personalissimo rapporto che gli europei hanno con la loro tradizione di musica fondamentalmente modale e, almeno nel caso italiano, di un ritmo semplice e basato su un 414 con l'accento che balla continuamente dalle battute dispari a quelle pari.
Interessante il caso di Steve Coleman e il suo Motherland Pulse, focosa improvvisazione su un tempo quaternario semplice, battuto dal basso elettrico. II fascino di questa esecuzione, estranea al jazz americano, seppur composta da un musicista americano (di formazione culturale aperta e permeabile) sembra guardare proprio al superamento del vecchio linguaggio e prelude a un'apertura verso una musica dal carattere più cosmopolita.
Bibliografia:
Jazz It, numero 41, luglio-agosto 2007
Musica Jazz, numero 2, febbraio 2007
Franco Fayenz, Jazz & Jazz, Laterza 1980
Jazz It, numero 41, luglio-agosto 2007
Musica Jazz, numero 2, febbraio 2007
Franco Fayenz, Jazz & Jazz, Laterza 1980
Fotografia:
Dee Dee fotografata da Philippe Pierangeli
Dee Dee fotografata da Philippe Pierangeli
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