domenica 8 luglio 2007

Il suo concetto di perfezione assoluta


Riporto uno stralcio dell’intervista al critico Ashley Kahan, autore del libro The house that Trane built, pubblicata sull’ultimo numero di Musica Jazz.
La madre di John Coltrane, dopo la morte del figlio, disse che il sassofonista aveva guardato troppo da vicino Dio. Una specie di Icaro, quindi?
Una tale affermazione non è di John, e questa non era assolutamente l’idea che Coltrane aveva di sé. John vedeva il divino ovunque, aveva un concetto molto orientale e universale di Dio.Del resto, nella poesia che appare sulla copertina di A Love Supreme, Coltrane dice che tutte le strade portano a Dio. Non so dirti se il paragone con Icaro è adatto. Forse, in qualche modo, dal punto di vista musicale; ma se è così, come lo è stato lui lo furono altri.
Un giornalista che lei cita sul libro dedicato a A Love Supreme dice: “Si ha spesso l’impressione che con la morte di Coltrane il libro del jazz si sia chiuso”. Lei è d’accordo?
Dev’esserci un errore di traduzione perché nel mio libro si parla di “ultimo balzo in avanti” nel jazz. E in qualche modo penso sia vero. Questo non vuol dire assolutamente che il jazz è morto. Jean Averti, il direttore delle riprese di John Coltrane ad Antibes, nel 1965, era convinto che il jazz forse morto da decenni, e fu difficile convincerlo a riprendere quello che oggi è un documento eccezionale. Non dobbiamo mai fare il suo errore che in quel caso avrebbe potuto trasformarsi in qualcosa di ben peggiore. Dobbiamo sempre tenere le orecchie aperte; non farlo potrebbe, in qualche caso, rivelarsi gravissimo.
Hai sentito tutti i superstiti di A Love Supreme?
Assolutamente si. Per il mio modo di lavorare non avrei potuto fare altrimenti. L’unico musicista ancora in vita resta Mc Coy Tyner. Ma al tempo della stesura del libro era vivo anche Elvin Jones con cui ho passato ore straordinarie. Era di un’umanità difficile da trovare.
Dal suo libro sembra quasi che Elvin Jones sia stato un protagonista privilegiato dello storico quartetto di Coltrane. Anche rispetto a Tyner…
E’ un’osservazione giusta. Tra John e Elvin c’era un legame molto speciale, fors’anche perché erano quasi coetanei, mentre McCoy Tyner era di dieci anni più giovane di Trane.

Credo che nel jazz ci sia sul serio un prima e un dopo John Coltrane. Non so se parlare di morte del jazz ma il trauma è stato sicuramente enorme. Per lo meno uno strumento fondamentale come il sassofono ha rischiato di bruciare la sua fiamma nella mancanza di ossigeno dei suoi innumerevoli imitatori, come se non fosse più possibile suonare quello strumento diversamente da come lo faceva lui.Si racconta che non si privasse del sassofono nemmeno quando dormiva. Nemmeno in aereo, nei viaggi e non nel senso che lo appoggiava al suo fianco, ma nel senso che era continuamente intento a provare suoni, scale, particolari giri armonici, cercando il suo concetto di perfezione assoluta, insomma, Dio.

Pubblicato qui l’8 agosto 2006

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