Polemiche a non finire intorno al Torino Jazz Festival. Anni fa in questa città si svolgeva una rassegna musicale denominata "Settembre Musica" prima che cadesse sotto l'egemonia meneghina trasformandosi in "MiTo Settembre Musica".
Dico che non ha senso fossilizzarsi nell'organizzazione di rassegne musicali specialistiche in un tempo storico in cui la musica si sta effettivamente despecializzando. Tali rassegne non possono che risultare anacronistiche, di nicchia o, nella migliore ipotesi, contaminate suscitando, in quest'ultimo caso, le ire dei puristi e spesso settari appassionati di genere.
Anacronistica perchè il jazz ha chiuso il suo ciclo storico sopravvivendo ormai a due condizioni:
1-supportato da altre forme musicali quali quelle etniche, contemporanee o addiruttura legate alla tradizione colta non riuscendo a rinnovarsi in maniera autonoma.
2-Rivolgendosi ai puristi del genere con un abito e una modalità 'classica' ovvero fissa nella sua dimensione storicizzata.
Di nicchia perchè la musica jazz può contare su un numero di seguaci abbastanza marginale per la maggior parte conservatori che nel rapporto tra il jazz e le altre espressioni musicali tendono ad assumere un punto di vista prevaricatore e jazzcentrico.
Contaminate perchè, necessariamente, problemi di budget, visibilità, ritorno economico e impatto mediatico gli organizzatori tendono a conformare i programmi ad una dimensione "aperta" ad altre forme o espressioni musicali per lo più di tipo commerciale.
Questa ultima ipotesi suscita sdegnate critiche da parte di puristi appartenenti a quelle categorie di fruitori sopra citate, portatori di integralismi e mancanti di elasticità.
Che fare, quindi?
I cambiamenti sopravvenuti nel mondo dell'informazione globale impongono una seria critica alle istituzioni musicali le quali stanno vivendo l'attuale fase storica rivoluzionaria con grande angoscia e incertezza. Da una parte, i musicisti accedono con facilità a un'immensa pluralità di stimoli musicali i quali ibridano la loro creatività. Dall'altra, i fruitori possono ascoltare musica con aumentate possibiilità grazie alla maggiore facilità di contatti, alla rete e all'informatica tout court. Travolto da questo epocale cambiamento l'establishment musicale non sembra capace di reagire in maniera adeguata.
E' interessante una risposta del musicista Nicola Fazzini sull'ultimo numero di JazzIt News. Sollecitato ad esprimere un desiderio intorno a quello che è il suo lavoro risponde così:
Una musica nuova non figlia di generi, stili o etichette ma figlia di idee forti e importanti. Le divisioni fra pop, jazz, classica ecc. non mi sembrano più rappresentare il mondo, la storia, il pubblico e gli artisti di oggi. Le nostre collezioni di musica sono digitali e abbiamo playlist in cui possiamo far convivere ascolti tra loro lontani. Questo, che viene visto da alcuni come una modalità di fruizione superficiale per la carenza nei file di informazioni relative a musicisti e contenuti, ha però di fatto abbattuto molte barriere importanti tra i generi e reso la musica più democratica. Mi sembra di vedere tanti musicisti che non hanno voglia di farsi ingabbiare in etichette e anche il pubblico nuovo, che tanto cerchiamo e di cui tutti abbiamo bisogno, vive, secondo me, già in questa dimensione.
A Torino, se si vuole pensare a questa città come a un possibile laboratorio, si sarebbe potuto partire proprio dalla parole di Fazzini e, ricordando l'esperienza di Settembre Musica, sviluppare un programma comprensivo di più espressioni musicali focalizzando le loro sinergie e sfuggendo etichettamenti fuori luogo.
Un obiettivo possibile e auspicabile è quello di dimenticare le rassegne di genere e organizzare piuttosto luoghi che facciano emergere le molteplici interconnessioni musicali che caratterizzano la nostra epoca.
Ha ancora ragione Fazzini quando sostiene di vedere numerosi musicisti non disposti a farsi ingabbiare in etichette ed è anche vero che ci sono altrettanti musicisti ai quali le etichette fanno comodo.
Il vero motivo di tanta programmazione festivaliera è solo la necessità di tenere in piedi un circuito che nel bene o nel male garantisce sopravvivenza e possibilità di lavoro a operatori del settore esterni all'establishment commerciale, musicisti, organizzatori, manager, giornalisti che hanno bisogno dei sempre più poveri budget per garantirsi il loro professionismo.
Anche in questo senso Torino è un'eccezione dal budget ricco per cui è molto più colpevole la sua rinuncia ad abbracciare la complessità dei flussi musicali del nuovo secolo seppure in presenza di tanti appassionati musicofili che a mio avviso non aspettano altro.
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