mercoledì 14 marzo 2012

Dave Douglas, un'intervista.

All About Jazz che intervista Dave Douglas. E non è un'intervista banale, questo è ovvio, essendo il nostro persona molto intelligente. Non perdo tempo a presentare il protagonista, non è questo il luogo, ma provo a soffermarmi su alcuni punti dell'intervista, quelli che considero intriganti per le tematiche che affrontano.

Una volta, chiede l'intervistatore, la maggior parte dei musicisti si impegnava in un progetto la volta mentre ora è normale vederli impegnati in più progetti contemporaneamente, molto diversi tra loro.
Questo è senz'altro vero e credo che sia un fare di necessità virtù. Mi spiego: nella grande crisi nella quale versa il settore dello spettacolo, crisi nella crisi, incrementa la possibilità di lavorare e guadagnare (lato 'necessità'). D'altra parte, il musicista moderno sa benissimo che non può contenersi in un genere particolare, gli input musicali sono globalizzati e attraenti, il flusso sonoro del mondo è onnicomprensivo. Gli stimoli che i musicisti subiscono sono troppi e troppo differenziati perchè un musicista possa evitare di restarne avviluppato, manifestando la sua creatività  a 360° (lato 'virtù').

Dave Douglas risponde così:

Per me è stato naturale, lo avevo già capito prima di cominciare ad esibirmi. E quando finalmente firmai per una casa discografica, nei primi anni Novanta, avevo già quattro band. E in rapida successione sono riuscito ad incidere tutti e quattro i progetti. Così ho continuato a cercare musicisti che mi ispirassero veramente, componendo per loro e cercando di stabilire una collaborazione duratura. Essendo aperto a diversi tipi di musica  e a come questi interagissero con il mio linguaggio compositivo. E non da ultimo per via della mia esperienza come musicista jazz, e lo dico sapendo che c'è chi pensa che io sia finito a fare cose che non c'entrano con il jazz. Al che non so cosa rispondere, se non che in quel che faccio ci metto comunque l'anima, sono naturalmente incline all'improvvisazione, ad un linguaggio blues, ad utilizzare gli elementi propri del jazz.

ancora...

Tutta la musica è valida e importante, non bisogna dimenticarlo. Quando i musicisti si guardano intorno alla ricerca di nuove ispirazioni, ampliano i loro orizzonti e portano elementi nuovi nella musica. E questo è un bene per la musica. [...] E ogni volta ti sorprendi, perchè ascolti qualcosa che non avresti mai immaginato. E questo succede sera dopo sera. E' una cosa stupenda, e sono davvero contento di essere parte di questo processo.

Più avanti l'intervista tocca un altro tema rilevante, la distribuzione commerciale della musica. Sembra passata l'epoca delle case discografiche capaci di una produzione musicale coerente e caratterizzata. Mi riferisco a case gloriose come la Impulse, la Decca, La Blue Note, la Deutch Gramophone o la stessa ECM. Passato anche il periodo dei negozi di dischi, la commercializzazione della musica è più che mai un processo parcellizzato, caratterizzato dall'ambiguità del rapporto tra produzione materiale e distribuzione virtuale, minacciato dalla pirateria informatica. Insomma, una situazione sfuggente e variegata. Il supporto digitale, a trent'anni dalla sua nascita, è in crisi; si assiste, paradossalmente, a un timido ritorno del vinile ma sembra più un vezzo nostalgico che non una vera esigenza del mercato. In forte crescita il trend dei negozi virtuali, come ITunes e i suoi tanti compagni.

Dice Dave Douglas a proposito:

[...] Oggi basta andare sul sito web dell'artista per sapere cosa sta facendo e dove poter trovare la sua musica. Molti musicisti se lo gestiscono da soli. In effetti oggi è più facile di dieci anni fa. E comunque i grandi distributori conservano un enorme potere: pensa, ad esempio, all'iTune Store. Non frainterndermi, la vedo come una cosa positiva. L'iTune Store è un'ottima vetrina per i nuovi artisti, anche noi vendiamo molto grazie a questa piattaforma. Ma certo non è come andare in un negozio di dischi e rovistare tra i CD. Tutto si fa online, e noi musicisti abbiamo l'opportunità di farci conoscere da un pubblico sempre più vasto, rendendo la nostra musica più fruibile.
Per molti, l'idea di andare in un negozio di dischi è semplicemente superata, ed è un errore illudersi che non sia così. Mi piacerebbe che fosse ancora così, ma bisogna essere realisti ed adeguarsi.

Per quanto mi riguarda, posso dire di non essere assolutamente un nostalgico dei vecchi tempi. Apprezzo la musica spogliata da ogni tipo di sovrastruttura (copertine, grafica, note e lo stesso volume fisico). Sul web si può trovare ogni tipo di documento la cui fruibilità è assolutamente soggettiva.
Attraverso la rete, la musica riconquista la sua natura aleatoria, legata all'ascolto puro.
Il rapporto con il sistema di distribuzione della musica è più immediato. Basti pensare al fatto che si può, per esempio, leggere una recensione o segnalazione interessante e recuperare il relativo file tramite iTunes o Amazon o altra piattaforma e ascoltarlo praticamente in tempo reale.

Il terzo argomento che Douglas tocca nell'intervista è quello della formazione musicale.

Beh, per provare uno strumento bisogna ancora andare in un negozio fisico.


Hai ragione. Pensa che io ho scoperto la musica a scuola, e la musica mi ha dato accesso agli strumenti. Oggi nelle scuole non ci sono neanche più gli strumenti. Oggi a scuola ti devi mettere d'impegno per sperare di ritrovarti uno strumento per le mani. E questo è un grosso problema.
Già dalle elementari e anche se non pensi minimamente a un futuro nella musica o nell'arte è così importante poter provare uno strumento o essere esposto all'arte. Perchè ti aiuta a diversi livelli, che spesso non hanno nulla a che fare con la musica o l'arte: le relazioni interpersonali, la capacità di discutere, pensare e comprendere, il saper apprezzare la cultura e la storia. E' qualcosa che arricchisce l'intera nazione.


Dello stato pietoso nel quale versa il sistema della formazione musicale in Italia ho avuto modo di accennare spesso, in questo blog.
A proposito dell'importanza di approcciare uno strumento musicale vorrei esprimere una riflessione personale.
Suono alcuni strumenti a fiato da dilettante. E' interessante la motivazione che mi ha spinto a studiarli: ascoltando i grandi maestri, sentivo un limite nella mancanza di esperienza che mi impediva la piena condivisione dell'ascolto. Non è necessario suonare bene per percepire l'esperienza dell'esecuzione, le diteggiature, l'emissione del soffio ecc.
Ricordo la prima volta che eseguii Naima, il famoso standard di John Coltrane, (peraltro tecnicamente non difficile), e l'emozione derivante dalla consapevolezza di eseguire la sua stessa diteggiatura, probabilmente lo stesso ritmo del suo respiro!

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