L'ho visto nello scaffale di un negozio di musica, grosso, massiccio con la sua rilegatura spartana ad anelli, necessaria, causa la mole, per poterlo sfogliare agevolmente. Infatti l'ho sfogliato a lungo, attratto dall'interesse verso i suoi contenuti e, nel contempo, perplesso per l'eccessivo costo. E così, nell'attesa che decidessi qualcosa in merito, continuavo a sfogliarlo passando da scale ad accordi, volando tra esercizi di tecniche improvvisative e chiare disquisizioni sull'importanza della scala pentatonica. Il tutto corredato da esempi tratti da frammenti di esecuzioni importanti di Ellington, Monk, Coltrane, Parker, Davis e chi più ne ha più ne metta.
Ovviamente, alla fine ho deciso che sarebbe stato mio e una volta a casa via col clarinetto ai primi semplici esercizi sugli intervalli grazie ad esempi come Blue Monk e Monk's Dream (Monk), Bolivia, di Cedar Walton, Four e Tune Up (Miles Davis), Confirmation (Parker), Grooving Hight (Gillespie), Giant Steps (Coltrane) ed ESP (W. Shorter). Insomma, una vera goduria.
Sto parlando di The Jazz Theory Book di Mark Levine, edizione italiana a cura di Fabio Jegher, edito da Curci Jazz, 442 pagine per 49.90 euro.
Mark Levine è un pianista, trombonista, compositore, arrangiatore e didatta presso prestigiose istituzioni tra cui la famosa Jazzschool di Berkeley e il Conservatorio di San Francisco.
L'aspetto più interessante del poderoso volume è l'approccio basato sulla pratica attraverso la riproduzione di musica di grandi musicisti e non la pedissequa esecuzione di sterili esercizi. E' sicuramente un approccio più coerente con la storia della musica afroamericana. Lo consiglio vivamente a tutti gli appassionati di musica, anche a quelli poco usi a suonare, come utile sistema per approfondire le conoscenze di base della musica afroamericana e come pratica propedeutica a qualunque lettura di storie varie del jazz

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