Jazzitalia.net riporta un brevissimo resoconto di una conferenza organizzata dal movimento BAM (Black American Music) e tenutasi presso il Birdland Jazz Club. L'oggetto di tale conferenza mi sembra interessante: i membri di questa organizzazione, alcuni tra i più autorevoli musicisti della scena newyorkese con in testa il musicista Nicholas Peyton, sostengono la necessità di eliminare la parola jazz per il suo riferimento razzista e usare, in sua vece, il termine Black American Music.
Leggo:
Si è tenuta il 5 gennaio 2012, a New York, presso il Birdland Jazz Club, la prima conference organizzata dal movimento denominato#BAM (Black American Music). Nato dall'idea di alcuni musicisti di punta della musica jazz americana come Nicholas Payton, Gary Bartz,Orrin Evans, Marcus Strickland, Ben Wolfe, #BAM si pone a tutela di quelli che sono tutti i canoni tipici della musica nera
Apprendiamo dall'articolo che BAM si pone a tutela di quelli che sono i canoni tipici della musica nera. Quali che siano tali canoni possiamo certamente immaginarli sia di tipo estetico che di tipo culturale. Tra i primi potremmo mettere certe caratteristiche peculiari della musica afroamericana come il swing, il ritmo, il timbro ecc mentre tra le seconde certamente un forte senso identitario, di appartenenza alla negritudine, un'affermazione di identità come condizione necessaria del musicista afroamericano. Concetto, questo, dibattuto e contestato dalla critica ma sostenuto con veemenza, tra gli altri, da Max Roach, per esempio.
Infatti, continua l'articolo:
rafforzandone un'identità che sempre più spesso si è dispersa attraverso operazioni commerciali.
Sembrerebbe un velleitario serrare le fila di un sistema identitario che è sentito in crisi dal popolo afroamericano senonchè è vero che:
-la musica afroamericana è nata negli Stati Uniti grazie alle minoranze etniche che hanno portato il loro bagaglio musicale di provenienza e all'interno di esse ha finito per prevalere nettamente la componente africana.
-La musica che Payton si rifiuta di chiamare jazz è caratterizzata da una serie di parametri estetici ben definiti.
-non può essere definita jazz una musica solo perchè chi suona usa un sassofono, un contrabbasso e una batteria ma va definita in base alla sua aderenza a quei parametri musicali di cui sopra.
-così come un italiano può suonare il tango perchè gli piace e l'ha studiato senza mai dimenticare, però, che il tango è musica argentina nata in un determinato ambiente anche il musicista bianco, magari europeo che voglia suonare jazz non deve dimenticare l'appartenenza culturale della musica che suona.
Per esempio, la produzione ECM non può annoverarsi come jazz così come la musica di Paolo Angeli o Fresu con A Filetta, tanto per fare due nomi a caso, non hanno nulla di jazz. Il fatto è che molti addetti del settore, musicisti, critici o fruitori, tendono a dividere le musiche del mondo intero in due categorie, quella interessante e quella scadente. La prima, finiscono inevitabilmente per chiamarla, a sproposito, "jazz".
Come non citare Anthony Braxton? [1]
La critica sul ritmo si fonda su argomentazioni sterili e partigiane. Ogni cultura possiede ritmo. Il ritmo non è una qualità politica, ma parte del movimento dell'universo. Sicuramente è vero che la mia musica non possiede nè osserva la logica ritmica di Charlie Parker. Infatti non considero affatto la logica ritmica di Charlie Parker, perchè la mia opera e la mia musica ne seguono un'altra: la mia: In realtà sono assai interessato al ritmo.Esistono tanti differenti approcci al ritmo. Sono molto contento di non essere un jazzista, perchè un jazzista deve suonare un ritmo jazz [...]
Ecco, un jazzista deve suonare un ritmo jazz, dice Braxton. Siccome il ritmo era l'argomento dell'intervista si può dedurre, per estensione, che in base al pensiero braxtoniano un jazzista è colui che suona appunto secondo parametri codificati che appartengono al jazz.
Si tratta di considerare il jazz per quello che esso è, una forma musicale e non una filosofia di approccio alla musica. Questa dovrebbe essere una buona linea di demarcazione.
Come non citare Anthony Braxton? [1]
La critica sul ritmo si fonda su argomentazioni sterili e partigiane. Ogni cultura possiede ritmo. Il ritmo non è una qualità politica, ma parte del movimento dell'universo. Sicuramente è vero che la mia musica non possiede nè osserva la logica ritmica di Charlie Parker. Infatti non considero affatto la logica ritmica di Charlie Parker, perchè la mia opera e la mia musica ne seguono un'altra: la mia: In realtà sono assai interessato al ritmo.Esistono tanti differenti approcci al ritmo. Sono molto contento di non essere un jazzista, perchè un jazzista deve suonare un ritmo jazz [...]
Ecco, un jazzista deve suonare un ritmo jazz, dice Braxton. Siccome il ritmo era l'argomento dell'intervista si può dedurre, per estensione, che in base al pensiero braxtoniano un jazzista è colui che suona appunto secondo parametri codificati che appartengono al jazz.
Si tratta di considerare il jazz per quello che esso è, una forma musicale e non una filosofia di approccio alla musica. Questa dovrebbe essere una buona linea di demarcazione.
Conclude così l'articolo di Jazzitalia.net:
Non si vogliono rinnegare o non accettare altre musiche oggi annoverate sotto il termine "jazz", ma piuttosto si cerca un altro termine che possa racchiudere la musica nera, la Black American Music, e BAM è la proposta.
Il movimento quindi ha avuto il suo ufficiale inizio durante la conference del Birdland dove si sono ritrovati molti altri musicisti, giornalisti e operatori del settore. Il movimento è animato anche da un senso di appartenenza ad un ambito culturale, sociale e, si consenta, anche di razza, molto alto. Ma ha senza dubbio molto da poter produrre sperando in una serie di iniziative atte a far evolvere la musica e la cultura a cui si riferisce, come la musica stessa di Nicholas Payton dimostra.
L'intera conferenza su Vimeo: http://vimeo.com/34718095
http://nicholaspayton.wordpress.com
http://alternate-takes.com/2012/01/06/bam-at-birdland/ (#BAM at Birdlind - by Angelika Beener)
http://blogs.villagevoice.com/music/2012/01/nicholas_payton_black_american_music_panel_january_5.php (Nicholas Payton and Guests don't need all that Jazz - by Jozen Cummings)
http://nicholaspayton.wordpress.com
http://alternate-takes.com/2012/01/06/bam-at-birdland/ (#BAM at Birdlind - by Angelika Beener)
http://blogs.villagevoice.com/music/2012/01/nicholas_payton_black_american_music_panel_january_5.php (Nicholas Payton and Guests don't need all that Jazz - by Jozen Cummings)
fonte:
Note:
[1] La citazione di Anthony Braxton è tratta da una sua intervista ripresa da Musica Jazz di novembre 2010

3 commenti:
Gli ottimi Nicholas Payton e Orrin Evans pongono una questione che in parte trovo fondata, ma restrittiva.
Credo invece che -mistificazioni a parte- la parola Jazz abbia connotato una esperienza che non può essere riportata solo alla sua origine "nazionale" neroamericana che pure è giusto sottolineare.
Si è infatti intersecata e arricchita o ibridata, sia negli stili e tendenze sviluppate localmente negli States -a L.A. non si suona e non si è suonato lo stesso jazz di Chicago e così a Kansas City, New York e New Orleans....- sia ovviamente nelle varie tradizioni non americane del jazz, che pure si sono sviluppate, come la scandinava e la italiana o francese e perfino sudafricana, per non dire di una possibile "color line" interna alla stessa tradizione americana e sempre ripetutamente attraversata in lungo e in largo -prendiamo per esempio Bill Evans nel quintetto/sestetto di Miles Davis o a N.H.O.P. e Herb Ellis con Oscar Peterson- da moltissimi dei protagonisti.
Temo inoltre che una connotazione del genere -razziale o etnica che la si voglia intendere- rischi di confinare il Jazz, ovvero la BAM, nei confini più o meno stretti di musica per l'appunto etnica, con ciò provvedendo paradossalmente a delimitarne l'impatto e l'importanza, se non proprio a sminuirla.
In realtà trovo che in questo modo si seguano troppo strettamente gli assunti del Guru Stanley Crouch, che già il peraltro ottimo Wynton Marsalis ha riportato nella sua controversa ma interessantissima uscita "Come il Jazz può cambiarti la vita" -e parla del jazz e usa questa parola-
Payton mette in chiaro che molti interpreti bianchi hanno segnato la storia di quella che chiama #BAM, http://nicholaspayton.wordpress.com/2012/01/12/bam-is-for-people-of-all-races-sexes-cultures-and-colors/ ma insiste sul punto: il termine JAZZ è "a White, racist moniker (the j-word)".
La parola JAZZ è stata a suo dire denigratoria dal principio, e ammettiamo pure che lo sia stata, in qualche misura. Resta il fatto che una parte enorme del pubblico mondiale del jazz -che in genere e storicamente è costituito, nelle parti che hanno stabilito il trend, da élites artistiche e intellettuali e dalle più aperte e progressive tra queste- non hanno inteso in quel modola parola JAZZ, ed è l'uso che modifica il campo semantico e l'offensività o innocuità di ogni singola parola.
Quale sarebbe la conseguenza da tratte, poi, dovrebbero tutti, appassionati e stampa, trasmissioni radio e club, cambiare il "nome della cosa"? Tutti i festival del mondo che usano la "derogatory J-word" dovrebbero cambiare nome?
Mi pare talmente improbabile da essere in fondo improponibile, almeno in termini che vadano al di là di -fondate o meno, non è questo il punto- querelles che assumono per certi versi il sapore di una azione collettiva di rivendicazione proprietaria. Sono curioso, infine di vedere quale sarà l'atteggiamento di Payton e degli altri, quando verranno invitati a qualche festival intitolato con "quella parola" o magari al "Jazz at Lincoln Center" diretto da Marsalis. Rifiuteranno sdegnati? Faranno precedere ogni loro esibizione da una premessa sulla #BAM? La parola Jazz ha una sua storia, che non basta e certo non può descrivere o connotare precisamente e per intero un ramo della musica attuale e passata, ma è nell'uso, ed è l'uso a fare legge, anche sotto il profilo sociolinguistico.
Diciamo allora che Jazz è quella cosa che un numero vasto di appassionati, cosiddetti esperti e/o praticanti reciprocamente riconosciuti chiamano con quel nome. Ed è un destino che tocca a gran parte di quello che possiamo chiamare ARTE o magari letteratura o -perché no?- attinente alla sfera del "sacro".
In ultima analisi mentre apprezzo lo sforzo di analisi e le intenzioni, l'approdo -ma io parlo da jazzofilo italiano, con storia e sensibilità molto diverse da quelle di Payton o di Orrin Evans- comunque non mi convince.
Quanto tu scrivi lo condivido abbastanza. Non era questo, infatti il punto che io voglio chiarire. Lo esplico nella frase
"Si tratta di considerare il jazz per quello che esso è, una forma musicale e non una filosofia di approccio alla musica"
Vado convincendomi, infatti, che il jazz sia un genere e, come tutti i generi musicali, abbia una connotazione semantica originale e anche una connotazione culturale e, in questo senso, anche etnica. Questo non gli impedisce di colonizzare altre forme musicali che abbiano luogo intorno a lui. Così facendo, però si va annullando in esse creando forme nuove alle quali poco resta delle originali componenti (del resto anche lo stesso jazz nasce con le medesime modalità). Contesto l'abitudine di molta critica e molti (quasi tutti) appassionati di musica di continuare a definire "jazz" qualcosa che non lo è più. Se un musicista libanese, per esempio, decide di operare una contaminazione della sua musica popolare con elementi semantici magari scandinavi ed altri che rimandino al jazz, puntualmente questo musicista verrà annoverato tra gli jazzisti, sarà invitato nei jazz festival e recensito sulle riviste jazz. Dulcis in fundo, sarà segnalato sui blog che si autodefiniscono jazz blog. Il pericolo, quindi diventa quello di un razzismo alla rovescia oppure di una grande ristrettezza di vedute sul mondo della musica. Un pericolo che si può scongiurare solo ridefinendo storicamente, culturalmente e semanticamente la musica afroamericana e la sua attuale collocazione nel mondo.
Una proposta arrivata tardi e che sostanzialmente svicola sul vero problema: cos'è il jazz oggi.
I musicisti del BAM cercano di dare una risposta coerente alla domanda che invece non ha una risposta chiara, almeno secondo me.
Perchè se sfrondiamo il jazz di tutti quei musicisti che, per comodità o assenza di altre definizioni, vengono definiti jazzisti, ma che fanno una musica ibrida e meticcia, allora avremmo i festival mezzi vuoti.
Perchè se ci si attiene strettamente ai canoni classici, dovremmo definire il jazz, ormai, una musica accademica che ripete, con le dovute differenze e sensibilità, vecchi modelli standardizzati.
Dopo il free restano solo due strade: o tornare indietro o spostarsi lateralmente.
Il jazz attuale è il felice mix di passi indietro e di passi laterali, se si torna indietro e basta si fa la fine di Winton Marsalis, tristemente attestatosi a rifare brillantemente il passato, senza più veri stimoli se non il narcisismo.
Certamente prendendo vie e viuzze laterali non si sa dove si arriverà e che "prodottto finale" troveremo, ma in fondo è il destino del jazz sin dalla sua nascita. Armstrong e Taylor sono entrambi neri ed hanno fatto e fanno musica afroamericana, ma se sono entrembi considerati jazzisti, allora dobbiamo conderare tali anche quelli sfornati dall'ECM; possono non piacere ma sono un dato di fatto.
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