Sostiene Flavio Caprera, in sede di recensione di alcuni dischi di Sonny Rollins sul suo libro Jazz Music, che questi, insieme a Coleman Hawkins, Lester Young e John Coltrane, sono le colonne portanti del sassofono jazz. Affermazione degna di riflessione se riferita ad un contesto, quello jazzistico, nel quale è nota l’importanza ddi questo strumento.
Ho dedicato la giornata al riascolto attento dei “fab four”. Quello che balza immediatamente all’attenzione è la possibilità di suddividere i tipi in due grandi filoni: quello hot, del quale fanno parte Hawkins, Rollins e Coltrane e quello che definirei sliping, che annovera unicamente Young.
Se Coleman Hawkins è stato l’”inventore” del sassofono jazz, come sostengono taluni, nel senso che ne definì linguaggio e tecnica e divenne termine di paragone per tutti i tenorsassofonisti degli anni seguenti, è anche vero che Lester Young fu il primo importante ramo che spuntò dal mainstream hawkinsiano verso altre direzioni.
Ho dedicato la giornata al riascolto attento dei “fab four”. Quello che balza immediatamente all’attenzione è la possibilità di suddividere i tipi in due grandi filoni: quello hot, del quale fanno parte Hawkins, Rollins e Coltrane e quello che definirei sliping, che annovera unicamente Young.
Se Coleman Hawkins è stato l’”inventore” del sassofono jazz, come sostengono taluni, nel senso che ne definì linguaggio e tecnica e divenne termine di paragone per tutti i tenorsassofonisti degli anni seguenti, è anche vero che Lester Young fu il primo importante ramo che spuntò dal mainstream hawkinsiano verso altre direzioni.
Confesso, non sono mai stato un amante del sassofono di Coleman Hawkins, definito spesso come sontuoso o erotico. Ho mal sopportato quella ridondanza di virtuosismi, arpeggi, ornamenti[1] spesso fini a sé stessi e non sufficientemente compensati da quell’eccezionale fervore di vivida fantasia. Ho sempre preferito il suono leggero come l’aria, essenziale nel suo negarsi al vibrato e capace, nel corso della storia, di innaffiare la piantina del bebop e anticipare le lame sottili del cool. Forse non dotato di eccelsa tecnica sopperiva a questa mancanza con una sensibilità fuori del comune, almeno per quei tempi.[2]
Di Coleman Hawkins va ricordato il famoso “Picasso” il primo esempio di brano per sassofono solo che la storia del jazz ricordi, un banco di prova estremamente impegnativo per qualunque strumentista.[3]
Di Lester Young non si può tacere, a mio modesto parere, un determinante difetto: la mancanza di progettualità della sua vita musicale e la sua scarsa attitudine di compositore.
Di Coleman Hawkins va ricordato il famoso “Picasso” il primo esempio di brano per sassofono solo che la storia del jazz ricordi, un banco di prova estremamente impegnativo per qualunque strumentista.[3]
Di Lester Young non si può tacere, a mio modesto parere, un determinante difetto: la mancanza di progettualità della sua vita musicale e la sua scarsa attitudine di compositore.
Gli anni passavano e sulla scena, siamo pressappoco a metà degli anni ’50, comparvero i due colossi, Sonny Rollins e John Coltrane, spesso contrapposti in virtù della loro assoluta valenza tecnica. Mi è sempre rimasta impressa nella memoria la definizione di Arrigo Polillo su Rollins, uomo dei vuoti e Coltrane uomo dei pieni.[4] Questa definizione è quella che più di ogni altra sintetizza mirabilmente la differenza tra i due. Rollins, dal suono strozzato e sporco ma capace di impennate cristalline, era maestro del silenzio, una specie di corrispettivo al sassofono del pianismo monkiano. La musica non dava mai l’dea di essere dovuta ma sempre frutto di una tensione dell’attesa.
Tutto il contrario di John Coltrane e dei suoi sheets of sounds, flusso sonoro continuo e incessante. Anche se, tuttavia, paragonati i due in un contesto comune come può essere la collaborazione con Thelonious Monk si può evincere come in realtà Coltrane abbia cominciato il suo viaggio musicale da dove Rollins l’ha concluso. Questa, in fondo, è la vera differenza fra i due.
Coltrane e Rollins hanno caratteristiche comuni: assenza di vibrato, sapiente uso del registro grave, senso del ritmo. Divergono nel senso improvvisativo e questo, insieme al differente senso progettuale, è cosa che fa differenza.
Ashley Kahn descrive un incontro tra i due.
è Miles Davis che parla: “Feci suonare Sonny Rollins e John Coltrane ai tenori per una serata all’Audubon Ballroom…Quella notte Sonny fu incredibile, fece letteralmente cacare sotto Trane”[5]
Ovviamente siamo nel ’52. Tempo dopo la storia cambierà.
La vita dei quattro ha avuto un triste punto in comune, l’alcool. Per Lester e Coleman, unito a una grave crisi depressiva, fu causa di morte. Anche per Coltrane e Rollins fu un problema dal quale seppero uscirsene inseguendo le vie della spiritualità in un cammino che Coltrane interruppe tragicamente nel 1967 mentre Rollins continua a perseguire ancora.
Tutto il contrario di John Coltrane e dei suoi sheets of sounds, flusso sonoro continuo e incessante. Anche se, tuttavia, paragonati i due in un contesto comune come può essere la collaborazione con Thelonious Monk si può evincere come in realtà Coltrane abbia cominciato il suo viaggio musicale da dove Rollins l’ha concluso. Questa, in fondo, è la vera differenza fra i due.
Coltrane e Rollins hanno caratteristiche comuni: assenza di vibrato, sapiente uso del registro grave, senso del ritmo. Divergono nel senso improvvisativo e questo, insieme al differente senso progettuale, è cosa che fa differenza.
Ashley Kahn descrive un incontro tra i due.
è Miles Davis che parla: “Feci suonare Sonny Rollins e John Coltrane ai tenori per una serata all’Audubon Ballroom…Quella notte Sonny fu incredibile, fece letteralmente cacare sotto Trane”[5]
Ovviamente siamo nel ’52. Tempo dopo la storia cambierà.
La vita dei quattro ha avuto un triste punto in comune, l’alcool. Per Lester e Coleman, unito a una grave crisi depressiva, fu causa di morte. Anche per Coltrane e Rollins fu un problema dal quale seppero uscirsene inseguendo le vie della spiritualità in un cammino che Coltrane interruppe tragicamente nel 1967 mentre Rollins continua a perseguire ancora.
NOTE
[1] All’inizio della sua carriera, nelle orchestre come quella di F. Henderson,Coleman aveva la necessità di imporsi dal punto di vista del volume. Per questo sviluppò quel sound così squillante dovuto anche al sapiente uso di ance meno sensibili e più dure al tocco.
[2]Ho ascoltato, per esempio, una versione risalente al 1952 di “On the sunny side of the street” dove L. Young era accompagnato, fra gli altri, da Oscar Peterson al pianoforte e il suo finale strozzato, seppur insicuro conferiva tensione al diminuendo. Confrontato con “Take Five” di Brubeck e con lo splendido sassofono contralto di Paul Desmond, proprio nel finale si può ascoltare la splendida lama di suono di Desmond nello sfumare e fare un paragone abbastanza impietoso, sotto l’aspetto tecnico, per Lester Young. Anche se un giudizio unicamente tecnico sarebbe alquanto insufficiente. Il paragone con Desmond non è casuale in quanto credo che proprio quest’ultimo sia quello che meglio abbia interpretato lo spirito di Lester Young.
[3] Tanto per dire, un terreno che Coltrane non ha mai percorso. L’hanno fatto, invece, Sonny Rollins, col suo “Solo Album” registrato dal vivo nel giardino del Museum of Modern Art di New York (beato chi c’era…) e, più recentemente, Anthony Braxton col suo doppio, addirittura, “For Alto”.
[4]Arrigo Polillo, Jazz,pag. 684
[5] Ashley Kahn, A Love Supreme, pag. 18
[1] All’inizio della sua carriera, nelle orchestre come quella di F. Henderson,Coleman aveva la necessità di imporsi dal punto di vista del volume. Per questo sviluppò quel sound così squillante dovuto anche al sapiente uso di ance meno sensibili e più dure al tocco.
[2]Ho ascoltato, per esempio, una versione risalente al 1952 di “On the sunny side of the street” dove L. Young era accompagnato, fra gli altri, da Oscar Peterson al pianoforte e il suo finale strozzato, seppur insicuro conferiva tensione al diminuendo. Confrontato con “Take Five” di Brubeck e con lo splendido sassofono contralto di Paul Desmond, proprio nel finale si può ascoltare la splendida lama di suono di Desmond nello sfumare e fare un paragone abbastanza impietoso, sotto l’aspetto tecnico, per Lester Young. Anche se un giudizio unicamente tecnico sarebbe alquanto insufficiente. Il paragone con Desmond non è casuale in quanto credo che proprio quest’ultimo sia quello che meglio abbia interpretato lo spirito di Lester Young.
[3] Tanto per dire, un terreno che Coltrane non ha mai percorso. L’hanno fatto, invece, Sonny Rollins, col suo “Solo Album” registrato dal vivo nel giardino del Museum of Modern Art di New York (beato chi c’era…) e, più recentemente, Anthony Braxton col suo doppio, addirittura, “For Alto”.
[4]Arrigo Polillo, Jazz,pag. 684
[5] Ashley Kahn, A Love Supreme, pag. 18
Bibliografia:
Ashley Kahn, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore 2006
Arrigo Polillo, Franco Fayenz, Jazz, Oscar Mondadori, 2005
Ashley Kahn, A Love Supreme, storia del capolavoro di John Coltrane, Il Saggiatore 2006
Arrigo Polillo, Franco Fayenz, Jazz, Oscar Mondadori, 2005
Fotografie tratte dal web
1-Coleman Hawkins
2-Lester Young
3-Sonny Rollins
1-Coleman Hawkins
2-Lester Young
3-Sonny Rollins
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